Cinema, che fare? Estate 2024

Messaggi-lampo con Giovanni Columbu

29 giugno. Strategia o utopia? Immagine “assoluta” o infinito Intrattenimento? Perdita dell’Aura, eterna ripetizione, il regista-régisseur (o metteur en scène): né salvo, né redento (in attesa degli stati generali della Cultura).
Scrive Marcos Uzal, rèdacteur en chef dei Cahiers du cinéma: «L’histoire de l’art se dissout lorsque l’art perd sa valeur dans la société, l’histoire de l’art devenant alors un chapitre d’une histoire plus vaste. La vrai question, vertigineuse, est donc: qu’attend-on encore du cinéma? En quoi peut-il encore avoir une fonction dans l’humanité comme il eut au XX siècle?».
Questioni che dovrebbero costituire il nostro Sillabario quotidiano. Dedichiamo dunque a questo/i Temi-problemi l’Estate 2024, piuttosto che smarrirci tra celebrazioni, manifestazioni, rassegne, retrospettive (le occorrenze consolatorie). E richiamiamo gli autori e i registi al loro “compito”.

3 luglio. Caro Carlo vedo pochi film che per lo più non mi coinvolgono… Tra le recenti eccezioni che mi sono rimaste impresse, visto in anteprima il prossimo di Angius, l’ultimo di Comodin Gigi la Legge, e anche se meno recente Fairytale di Sokurov.

 

 

 

3 luglio. Caro Giovanni, il dibattito è appena iniziato e non so se ci saranno, da parte nostra, le forze per accendere quel falò di intendimenti e di giuste pretese che sarebbe tempo di affermare e far valere (in Italia il cinema sembra ormai una querelle da talk-show). Comodin e Sokurov sono due Nomi che meritano attenzione e sguardi duraturi, in particolare il film che tu citi, di Comodin, gioca la scommessa del “fuori genere”, se posso dir così, ovvero l’intreccio – che a me parrebbe oggi “necessario” – tra le varie “istanze” propositive (ovvero: oltre la fiction, oltre il documento-documentario, oltre il realismo di maniera)… I Cahiers, nella loro indagine, fanno riferimento a due cineasti “obliati”, dimenticati, come Joao César Monteiro e Hal Hartley, e due cineasti di sicuro rodaggio che sono Guy Gilles e Bill Douglas. Ma… al di là dei Nomi, come tu ben sai, come il tuo cinema dimostra di “conoscere” oltre le pieghe del contingente… c’è da generare un sincero furore critico-creativo, chiamando a rapporto i caratteri stanchi o dormienti del cosiddetto “cinema italiano”.

 

5 luglio. Caro Carlo, qualche considerazione posso cominciare ad anticiparla anche in questo primo incontro o “inizio di possibile dibattito” da te sollecitato… Escludo che l’emergere di talenti e geni che nel corso della nostra storia dell’arte e del cinema si è in certe stagioni manifestato gloriosamente e poi è declinato fino a dissolversi sia da attribuirsi ai paradossi della statistica. Certo esistono e sono rilevanti le disposizioni soggettive degli artisti nell’alternarsi del conformismo e del “furore critico-creativo”. Ma le ragioni prevalenti a mio parere riguardano il divenire di un sistema istituzionale, produttivo, distributivo, critico e mediatico, che tende a coinvolgere anche il pubblico, e che progressivamente condiziona, orienta, inquadra, premia o scoraggia il lavoro e la stessa funzione degli artisti sollecitando temi, valori e disvalori e di conseguenza linguaggi, generi e soprattutto modalità produttive. Un punto quest’ultimo su cui mi piacerà tornare in future occasioni. Per ora mi limito a dire che la passione e la ricerca possono restare vive anche nelle circostanze meno favorevoli assecondando con fiducia il nostro più autentico sentire e ugualmente l’esperienza vitale e solo parzialmente preordinabile della realizzazione. E soprassedendo al successo.

6 luglio. Grazie, Giovanni, il tuo secondo Intervento è – per me – squisita testimonianza della vastità problematica del Discorso messo in atto. Non potendo e non volendo, tuttavia, in questa sede dispiegare il blocco reticolare di questioni che si staglia “tra” le tue parole, oltre che nel fondo di questo nostro Dialogo, mi limito a richiamare tre Titoli – tre Note – che, accanto ad altri, costituiscono il cuore pulsante di una Conferenza e una scrittura-pamphlet che intendo dedicare al tema in questione.
Il primo titolo è: “La piega nell’oceano”. Ovvero: “ogni volta che nell’oceano c’è una nave, l’oceano fa una piega”: ogni volta che “accade” un Film nell’oceano della barbarie delle immagini, il Cinema, l’immagine-cinema “fa una piega”, si fa Evento.
Due. Enunciato e Immagine. Se i due termini non sono concepiti e “affermati” in opposizione (che è la lezione di autori come Godard, Rivette, Resnais, Straub), si genera una condizione “auratica”, la sola che entra di diritto nella storia del Cinema (di cui il tuo Film esperimento “Su Re” – anni 2008, 2009 – costituisce preciso indizio).
Tre. Se la domanda iniziale che poniamo a noi stessi e al nostro lavoro è: Abbiamo capito dove siamo collocati “storicamente”, oggi?, la risposta prevede una biforcazione: fare i conti, da un lato, con la “religiosità” delle Origini (quando il Cinema era quel concerto di spinte e fattori “sistematici” che tu richiami ed enumeri); dall’altro, prendere atto, da parte del regista-autore, della propria “alienazione”, del risultato ripetitivo ed epigonale cui è sottoposta la sua volontà creatrice (leggi anche: didascalismo purtroppo “imprescindibile”, quindi estenuato). À suivre.

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