Coloro che oggi, nella Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, sono chiamati “dissidenti”, non sono altro che uomini liberi, desiderosi di vedere nel loro paese quei principi di pace e di libertà che esistono altrove e che vogliono che quell’esperienza grandiosa e dolorosa che il loro popolo ha vissuto dopo la rivoluzione non porti soltanto a un miglioramento nel livello di vita. Vogliono che dopo sessant’anni e più si giunga all’affermazione di valori che ormai devono essere considerati intrinseci alla cultura e all’uomo moderno: la libertà, la democrazia, lo spirito critico. Tutta la cultura russa dell’ottocento e del novecento porta a questi valori, educa a questi valori, per cui ogni tentativo di leggerla e di interpretarla in chiave grettamente nazionalistica, e a supporto di un’ideologia autoritaria, è una tremenda falsificazione.
«Pensare la Russia»: conversazione con Vittorio Strada, anno 1986
“Pensare la Russia vuol dire sentire la Russia di ieri e di oggi come problema… Nei decenni scorsi, tra le due guerre, c’è stata una specie di mito della Russia, di ubriacatura ideologica, di entusiasmo per questo paese in quanto patria della rivoluzione del nostro secolo, ma poi è mancato, e manca tuttora, questo Pensare la Russia come epicentro della storia mondiale del nostro tempo… Si impone, insomma, ciò che io chiamo ecologia della coscienza, ecologia della cultura: un atteggiamento di onestà intellettuale non può che misurarsi sull’atteggiamento verso l’esperienza storica e culturale della Russia del nostro secolo… La formula Pensare la Russia vuol dire investire la nostra energia intellettuale, morale, politica in questo senso, in una nuova nozione della storia russa moderna e contemporanea…
