Giacomo Debenedetti

Perché non possiamo dirci artisti

Forse nessuno, oggi, volendo esibire nella scrittura o sulla scena una sua ipotetica visione del mondo, si azzarderebbe a proporre un Personaggio-Uomo provvisto di un fondamento pieno e sistematico, il “Tutto organico e concluso” che Nietzsche celebrava nel Caso Wagner (1888); prevarrebbe di contro l’individuo de-storificato, debole e parcellizzato, il Viandante che rincorre luoghi di spaesamento, di…

“Casa d’altri”, Silvio D’Arzo, il racconto perfetto, la regola del Dio inutile

«Fu una sera. Sul finire d’ottobre. Me ne venivo giù dalle torbe di monte. Né contento né triste: così. Senza nemmeno un pensiero. Era tardi, era freddo, ero ancora per strada: dovevo scendere a casa, ecco tutto. L’ombra proprio non era ancor scesa (…)
Solo allora, giù in fondo al canale che scorreva un venti metri di sotto, china a lavar biancheria o stracci vecchi o budella o qualcosa di simile, vidi una donna un po’ più vecchia di me. Sulla sessantina, sapete.
In mezzo a tutto quel silenzio e a quel freddo e a quel livido e a quell’immobilità un poco tragica, l’unica cosa viva era lei. Si chinava, e mi pare anche a fatica, affondava gli stracci nell’acqua, li torceva e sbatteva su un sasso; poi li affondava, torceva e sbatteva, e via ancora così. Né lentamente né in fretta, e senza mai alzare la testa…»

A Giacomo Debenedetti da Elsa Morante

Mi scusi, caro Giacomo, questo lungo discorso, che forse, nella sua vanità, vorrebbe infine servire a un altro scopo. E cioè: ricordo le sue parole: che il solo romanzo che a Lei sembri lecito, nei tempi odierni, il romanzo-saggio. Non so ancora se Lei perdona a questo mio romanzo, di non essere un saggio. Se cioè Lei crede che sia legittimo, o no, avere scritto una storia simile…

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