«Pensare la Russia»: conversazione con Vittorio Strada, anno 1986

CR: Professor Strada, cominciamo dal Suo impegno universitario: Lei è ordinario di lingua e letteratura russa all’Università di Venezia: quali autori e quali temi attraggono prevalentemente l’interesse degli studenti?

VS: L’interesse riguarda soprattutto la letteratura del Novecento e della seconda metà dell’Ottocento. Il che mi pare un po’ anomalo: gradirei che l’interesse fosse distribuito più uniformemente, rispettando anche i secoli precedenti della letteratura e della cultura russa.

CR: Quali autori, in particolare?

VS: Alcune tesi di laurea che ho seguito recentemente riguardavano i Simbolisti, Bulgakov, anche Majakovskij, sebbene solitamente sia considerato troppo difficile. Ricordo anche alcune buone tesi su scrittori e critici dell’Ottocento. Tenga presente che la tesi viene concordata non soltanto in base all’interesse del laureando ma anche in relazione alle concrete possibilità di lavoro che offre questo o quell’argomento. Di solito il laureando si sofferma su singoli aspetti di un autore ma senza affrontare, per lo più, problemi di fondo o problematiche particolarmente complesse.

CR: In generale, qual è il grado di interesse che gli studenti dimostrano verso la realtà russo-sovietica?

VS: È un interesse che non si manifesta mai direttamente, come accadeva 15 anni addietro, al tempo della cosiddetta “contestazione”. È un interesse generale rivolto soprattutto all’apprendimento della lingua e di elementi basilari della storia e della letteratura. Quindici anni fa si assisteva ad una “attualizzazione”, il più delle volte meccanica e superficiale, della cultura russa e sovietica; oggi l’interesse politico è nettamente subordinato a quello culturale e quando c’è si rivela comunque più maturo di allora. Complessivamente oggi c’è un atteggiamento più distaccato: gli studenti guardano all’Unione Sovietica come a un paese tra gli altri, senza accendersi di particolari emozioni. Intorno ai problemi storici dell’Unione Sovietica direi che c’è un netto calo di interesse: solo 15 anni fa i nomi di Trockij e Bucharin tornavano frequentemente nelle tesi di laurea, anche se poi quelle tesi il più delle volte si dimostravano irrealizzabili.

CR: Lei torna spesso in Russia per ragioni di lavoro?

VS: No. L’ultima volta sono stato cinque anni fa. Da allora sento meno il bisogno di andarci, per varie ragioni, e non soltanto perché le mie ricerche posso tranquillamente svolgerle coi libri di cui dispongo o nelle biblioteche di paesi occidentali. Il dato rilevante è che si è  affievolita l’esigenza interiore. Dall’ultimo viaggio sono tornato piuttosto angosciato, l’atmosfera era molto diversa da quella che ricordavo. Nel periodo immediatamente successivo al mio dottorato di ricerca, gli anni sessanta, mi recavo in Russia quasi ogni anno: era l’epoca delle riforme kruscioviane, si respirava un’atmosfera vibrante e stimolante, c’era a livello intellettuale una notevole vitalità, pur con le limitazioni che sappiamo. Personalmente ero legato alla rivista Novyj mir, a Aleksandr Tvardovskij e al suo gruppo, oltre che a tutta una schiera di intellettuali. Quell’atmosfera è scomparsa: scomparsi gli uomini, scomparse le idee, le speranze. Oggi c’è una realtà piuttosto grigia, con la quale non vale la pena mantenere i rapporti. E in alcune persone, un tempo “liberali” e amiche, ho notato con tristezza un notevole dogmatismo e conformismo, dettati forse dalla paura o da un cedimento interiore, uno spettacolo davvero penoso.

CR: E tra gli intellettuali dell’Unione Sovietica, oggi, che genere di dibattito si svolge?

VS: Il problema è proprio questo: il dibattito non c’è. C’è uno sforzo di aggiornamento, di conoscenza: ma questo c’era anche prima. Con la differenza che, mentre nell’epoca del primo disgelo e poi del dissenso la curiosità verso l’Occidente e il bisogno di aggiornamento erano collegati ad un forte impegno culturale e intellettuale nella stessa realtà sovietica, oggi questa necessità di conoscenza si è fatta accademica e in gran parte si è ideologizzata, nel senso che rientra in una grigia e sterile campagna tesa a contrastare la cultura occidentale. Ciò non toglie che, soprattutto nel campo degli studi accademici, vi siano studiosi validissimi, come Lotman e Lichaciov, che continuano a lavorare con serietà. Direi, quindi, che la situazione odierna è contraddittoria: stagnante e soffocante sul piano della vitalità della ricerca intellettuale e letteraria; buona in alcuni settori degli studi accademici, in pratica quelli che non coincidono direttamente con l’ideologia di stato.

CR: E il mondo dell’arte? Come si rapportano gli artisti a questa realtà?

VS: Se per artisti intendiamo i pittori, non saprei. Non ho una conoscenza diretta, seguo il dibattito da lontano e mi pare di notare un certo fermento. Per quanto riguarda la letteratura, non vedo che un diffuso grigiore, benché vi siano anche qui punte di un qualche interesse. Oggi, nella ricerca letteraria, sono ammesse solo quelle voci che non creano complicazioni. Ciò che il potere non tollera minimamente è la messa in discussione, anche indiretta, dell’ideologia e dei dogmi sul passato storico del regime e, ovviamente, sulla politica attuale del potere stesso.

CR: Lei come ha salutato l’avvento di Gorbaciov alla guida dello stato sovietico?

VS:  Il passaggio da Breznev e da Constantin Cernenko a Gorbaciov non è stato affatto qualcosa di negativo, anzi ha portato un minimo di vitalità e di dinamismo, anche se non sappiamo dove condurrà tale dinamismo. Del resto, questo dinamismo si era già manifestato ai tempi di Andropov con l’introduzione di alcune parole-chiave come efficienza, disciplina, modernizzazione dell’apparato tecnico-produttivo e del sistema di vita. Siamo comunque lontani dai fermenti rinnovatori che c’erano ai tempi di Krusciov. Allora ci fu un tentativo, anche se confuso e parziale, di rinnovamento della vita civile, di partecipazione nella vita della società e questo, a livello letterario, si manifestava con la tendenza della rivista Novyj mir. Oggi questo non c’è; e non c’è sia perché il potere non lo vuole, sia perché la vita intellettuale è dimezzata, causa l’emigrazione del dissenso, e sia perché manca alla società civile quella carica, quell’energia che si erano risvegliate al tempo delle riforme kruscioviane. Oggi c’è stanchezza, disillusione, scetticismo. Molti intellettuali giovani rinunciano a qualsiasi velleità di rinnovamento e si occupano esclusivamente del lavoro specialistico.

CR: “Pensare la Russia vuol dire sentire la Russia di ieri e di oggi come problema”: mi pare che questo appello attraversa coerentemente tutta la sua attività di studioso.

VS: La formula Pensare la Russia è, da una parte, autobiografica, in quanto tutta la mia attività, non solo di studioso e di specialista ma anche di intellettuale, è da sempre orientata sulla Russia. Un atteggiamento che non definirei soltanto passionale, che non deriva esclusivamente dall’amore per la grande letteratura russa; è piuttosto un atteggiamento razionale che nasce sulla convinzione che nella storia del nostro secolo, già a partire dal secolo scorso, la Russia acquista una funzione centrale. La Rivoluzione bolscevica del 1917, sempre celebrata in modo retorico, deve essere riconosciuta, nella sua essenzialità come un momento di svolta significativo non soltanto per la Russia e per il movimento comunista, ma anche per tutta la cultura europea. Con questo non voglio dire che deve essere un modello da imitare ma che deve essere studiato come un fatto storico e culturale complesso e polimorfo. Oggi, da parte della cultura europea, mi pare invece di riscontrare verso la Russia una assenza di attenzione critica adeguata. Nei decenni scorsi, tra le due guerre, c’è stata una specie di mito della Russia, di ubriacatura ideologica, di entusiasmo per questo paese in quanto patria della rivoluzione del nostro secolo, ma poi è mancato, e manca tuttora, questo Pensare la Russia come epicentro della storia mondiale del nostro tempo. Se guardiamo le prime pagine dei giornali, vediamo che il tema della Russia, e della sua trasformazione in Unione Sovietica-Urss, torna costantemente; questo non vuol dire che la Russia sia oggi padrona delle sorti del mondo ma che da uno sviluppo della politica, della società, della realtà culturale russa, dipendono, in ultima analisi, la sorte e l’evoluzione di tante situazioni proprie del nostro tempo. Si impone, insomma, ciò che io chiamo ecologia della coscienza, ecologia della cultura: un atteggiamento di onestà intellettuale non può che misurarsi sull’atteggiamento verso l’esperienza storica e culturale della Russia del nostro secolo. La formula Pensare la Russia vuol dire investire la nostra energia intellettuale, morale, politica in questo senso, in una nuova nozione della storia russa moderna e contemporanea.

CR: Per quanto mi riguarda, credo che al di là dei problemi politici e culturali contemporanei, noi continuiamo a dipendere, ad attingere spiritualmente dalla Russia, Nella nostra coscienza di uomini europei, la Russia è tuttora, in larga parte, un problema aperto. A volte mi pare impossibile che la nostra coscienza di lettori, di critici, di intellettuali, di scrittori, possa prescindere da quell’immenso patrimonio artistico e culturale, un patrimonio che, ad ogni occhiata, rivela la propria regale, sovrana grandezza.

VS: Sì, anch’io penso che la Russia sia, in senso spirituale, una delle patrie dell’uomo moderno. Un’altra grande patria è stata la Mitteleuropa. Sono state queste due zone dell’Europa, la zona estrema orientale e la zona centrale, quelle che hanno registrato con un anticipo e una forza drammatica notevoli le scosse telluriche che hanno sconvolto la cività europea. L’approfondimento di queste due aree culturali dimostra semplicemente questo: non è una moda, una passione astratta e sterile, ma è riconoscere che lì qualche cosa è avvenuto in modo più drammatico e più profondo che in altre zone d’Europa. Io che non sono mai stato un nazionalista, né di partito né di patria né di chiesa, dico che bisogna sì riconoscere le proprie patrie spirituali ma avere anche un atteggiamento critico perché c’è una patria superiore a tutte le altre ed è quella della verità e della ricerca della verità. Quindi, pur amando la Russia, pur riconoscendo nella cultura russa una fonte della mia formazione e della formazione di tutti noi uomini moderni, confermo che occorre mantenere un atteggiamento critico, come verso tutte le altre realtà culturali.

CR: Convivere dialetticamente con la Russia di ieri e di oggi. La Russia del vecchio mondo e la Russia del nuovo mondo. C’è forse un fascino inquietante in questa separazione, letterariamente parlando. Da una parte, la Russia di Puskin. di Gogol, di Dostojevskij, di Gončarov, di Tolstoj, di Čechov; dall’altra la Russia di Majakovskij, di Bulgakov, di Pasternak, di Solženicyn, di Mandel’štam. Ecco: riuscire a cogliere da questo confronto le connessioni essenziali tra vecchio e nuovo mondo.

VS: Esistono due teorie, a proposito. Una dice che esiste una sola Russia e che quindi la Russia attuale, la Russia sovietica, la Russia post-rivoluzionaria, non è che la prosecuzione della vecchia Russia, sia pure con qualche cambiamento. L’altra teoria, opposta a questa, sostiene che nel ‘900 c’è stata una rottura radicale: la vecchia Russia sarebbe morta nel 1917 o poco dopo, favorendo la nascita di qualcosa di completamente nuovo che si chiama Unione Sovietica. Non è per amore del giusto mezzo ma come studioso che da decenni svolge una sua ricerca storica intellettuale e culturale, sono convinto che effettivamente c’è stata una metamorfosi dalla vecchia Russia pre-rivoluzionaria in una realtà culturalmente e spiritualmente nuova che è l’Unione Sovietica; però credo altresì che sotterraneamente permangono tra queste due realtà notevoli legami. Solženicyn, Pasternak, Bulgakov, lo stesso Majakovskij, per restare ai nomi che Lei ha citato, senza un legame con la matrice della cultura, della spiritualità e della storia russa, non sarebbero comprensibili. Direi di più: anche Lenin, che è figlio-erede del marxismo, è anche figlio-erede della cultura russa. La cultura russa dell’ottocento non è fatta solo di Puškin, di Dostojevskij, o degli altri scrittori che Lei ha ricordato ma è fatta anche di Černyševskij e di Bakunin, per fare solo due nomi. Ogni cultura ha una sua complessità antinomica e  contraddittoria. Mentre il nazionalismo, nella sua povertà mentale e intellettuale, vorrebbe costruire un modello univoco del passato del proprio paese, quindi semplificare le grandi problematiche, la conoscenza approfondita dimostra che la Russia del passato è molto complessa: non esiste soltanto un movimento liberal-democratico ma anche un movimento estremistico, terroristico, rivoluzionario. Non esiste solo lo zar ma esiste anche un anelito di libertà. Vedere la Russia nella sua complessità ci permette di capire perché è potuta nascere quella realtà diversa, seppure legata al passato, che è l’Unione Sovietica. Che cosa si ricava allora da questa prospettiva per la comprensione del presente e per un’apertura verso il futuro? Si ricava un atteggiamento fermamente critico e una volontà di dialogo con il presente. Nessuna semplicistica ingenuità di accettazione del “sorriso di Gorbaciov“, per usare una banale formula giornalistica di questi anni, quanto la volontà di andare al di là di questo sorriso per vedere cosa è il sistema di cui Gorbaciov è soltanto un’espressione, e vedere allora, come questo sistema contiene in sé impulsi diversi che possono aprire la prospettiva di mutamenti, naturalmente lentissimi, del sistema stesso. E ciò permette a noi, che viviamo in un mondo diverso, di atteggiarci verso questo sistema con un’apertura mentale che non deve essere né di accettazione passiva né di chiusura dogmatica.

CR: Mentre Lei parlava, mi sono tornate in mente alcune frasi di Virginia Woolf, contenute in un saggio del ’25. La Woolf asseriva che il principale protagonista della letteratura russa è l’anima.

VS: Già, l’anima! Una delle connotazioni della letteratura e della cultura russe, anche del periodo sovietico, soprattutto in questi ultimi anni, è la sua religiosità. Una religiosità libera, che può essere accettata anche da un laico. Una religiosità che ha la caratteristica di essere aperta ai problemi dell’uomo moderno, aperta al confronto anche polemico con le altre, diverse realtà. Ma questa dimensione religiosa, che troviamo perfino in un ateo come Majakovskij, costituisce una forza e una ricchezza della letteratura russa, quindi una sfida al mondo contemporaneo, visto come un mondo sempre più privo di anima. L’anima può essere una metafora della responsabilità etica, una metafora della ricchezza della vita spirituale, e in questo senso si deve certamente parlare di immortalità dell’anima. Il mondo moderno è il tentativo di rendere l’anima mortale, di creare un sistema anonimo, spersonalizzato, in cui l’anima viene umiliata, schernita, limitata. Ecco perché continuiamo a leggere la grande letteratura russa: da essa ci viene questo appello a non dimenticare che l’uomo è anima, è persona, non ingranaggio di un meccanismo, sia esso capitalistico o socialistico.

CR: Lei, a proposito di anima, intervenne polemicamente alcuni anni addietro per scongiurare una infelice tendenza, riassunta nella formula anima slava.

VS: L’anima slava è una banalità. Non che non ci sia una “specificità russa”, come ce n’è una latina, anglosassone, germanica; solo che qui cadiamo nel vago, nell’impreciso, nell’impressionistico. Naturalmente ognuno di noi conosce la differenza tra un italiano e un inglese, sa che cosa è il mondo mediterraneo rispetto a quello nordico: su questo si possono costruire anche ipotesi brillanti, scrivere saggi divertenti, sapendo però di correre il rischio di creare definizioni schematiche, banali e superficiali. Ogni parte del mondo ha una propria specificità, ma essa è sempre complessa e contraddittoria e, soprattutto, non può essere affidata all’intuizione soggettiva; deve sempre essere studiata attraverso dei testi, dei documenti, attraverso le opere letterarie, attraverso la conoscenza della storia, cioè attraverso una riflessione critica basata sulla conoscenza e sull’esercizio dello spirito critico.

CR: Mi consenta ora una digressione. Nell’81, intervenendo ad un convegno che celebrava l’opera di Dostoevskij, Lei accostò la problematica ideologica dello scrittore a due pensatori come Nietzsche e Lukàcs. Un parallelo che oggi merita di essere accolto e spiegato in profondità.

VS: Sì, la mia relazione a quel convegno veneziano si intitolava appunto Il Superuomo e il Rivoluzionario nella prospettiva di Dostjevskij e di due suoi lettori. Mi interessava verificare come i romanzi di Dostojevskij erano stati vissuti da due grandi pensatori, nel senso più pregnante della parola, di diversa tendenza come Lukàcs e Nietzsche. Così, dopo aver proposto il parallelo, ormai canonico, tra Dostojevskij e Tolstoj, ho parlato di Nietzsche e della sua identificazione con un personaggio de I demoniKirillov: una identificazione che è anche una differenziazione.

CR: E Lukàcs? Come si intreccia la sua parola critica in tale prospettiva?

VS: Anche in Lukàcs ho trovato un processo curioso, illuminante, drammatico, di identificazione con un’altra figura dostoevskiana: Alësa Karamazov. Ho scoperto come il passaggio di Lukàcs dalla fase pre-marxista alla fase marxista, e quindi comunista, sia  avvenuto all’insegna di Dostojevskij, con una lotta verso e contro Dostoevskij. Il passaggio di Lukàcs al comunismo bolscevico è stato caratterizzato da un implicito rifiuto di tutta l’etica dostoevskiana, ciò che in un primo momento lo aveva attirato profondamente e in cui egli si era ritrovato. Ora immagino che Lei voglia sapere perché ho accostato due concetti così diversi del Superuomo e del Rivoluzionario. Perché in queste due figure, così come sono state espresse da Nietzsche e da Lukàcs, ho visto la necessità o la velleità di superamento della figura dell’uomo cristiano, la polemica verso il personalismo cristiano che sta alla base dell’opera di Dostojevskij. Nell’opera di Dostojevskij sono già anticipate, e dall’interno criticate, la figura nietzschiana del Superuomo e la figura lukacsiana del Rivoluzionario. L’elemento paradossale è che queste due figure si sono concretamente rispecchiate nei romanzi di Dostojevskij e hanno lottato contro questa loro immagine speculare per diventare altro da sé ma nello stesso tempo per diventare ciò che Dostoevskij aveva previsto sarebbero diventate. Questo è il paradosso dell’incontro tra Nietzsche e Lukàcs da una parte e Dostoevskij dall’altra. Non una banale storia della critica ma un momento della storia della coscienza e un momento della storia delle crisi della coscienza europea.

CR: L’atteggiamento della Russia verso l’Europa, il romanzo russo come “punto di osservazione” sull’Europa: ecco un’altra grande questione che merita di essere approfondita.

VS: Dalla fine del ‘700, la Russia ha sempre costituito un “punto di vista sull’Europa“; la definizione della propria identità consisteva in una definizione differenziale e comparativa: in che cosa la Russia diverge e in che cosa coincide con la cultura europea. Io interpreto la cultura russa ottocentesca e novecentesca, e il romanzo russo in particolare, anche come l’espressione di questo sguardo dell’altro sull’Europa: di un altro che è però parte dell’Europa. La Russia ha guardato all’Europa come una parte che guarda sul tutto, mentre lo sguardo che sull’Europa è stato fissato da altre civiltà (quella islamica, ad esempio) era uno sguardo più distaccato, più lontano, con una distanza a volte insuperabile. La Russia, in quanto europea e cristiana, in quanto partecipe della cultura stessa dell’Europa, aveva uno sguardo diverso e, in qualche modo, omogeneo: da qui la ricchezza che per noi europei ha la cultura russa.

CR: In tal senso si potrebbe asserire che il romanzo della Russia sovietica non è più uno sguardo sull’Europa ma uno  sguardo sulla Russia stessa.

VS: E qui che si pone la mutazione sostanziale all’interno della letteratura. Bisogna innanzitutto capire che cosa si intende  per letteratura russo-sovietica. Se si intende anche Pasternak o Bulgakov allora le cose si complicano e, come Lei rilevava, si pone questo rapporto. La letteratura russa del periodo sovietico si interroga sul rapporto tra le due Russie, la vecchia e la nuova, e in questo confronto denunzia il legame con l’Europa. Invece la letteratura sovietica ideologizzata, quella del realismo socialista, per intenderci, rimane chiusa in una sua autarchia, in una sua autosufficienza, in una presunzione di superiorità, e, facendo parte dell’ideologia del sistema sovietico, si pretende portatrice di una verità assoluta, universale, che trascende anche lo stato decadente e corrotto dell’Europa del nostro tempo. Ciò che non accade nella letteratura russa autentica dell’Unione Sovietica, dove c’è sempre un rapporto problematico con l’altro da sé. Un esempio recente è Solženicyn, il quale ha un atteggiamento duplice: da una parte il rapporto tra la Russia sovietica e la Russia tradizionale, pre-rivoluzionaria; dall’altra il rapporto tra queste due Russie e l’Europa. Del resto, anche l’Europa ha vissuto una metamorfosi: c’è l’Europa ottocentesca, proto-novecentesca, e l’Europa successiva alla guerra mondiale, successiva al fascismo. Il gioco è dunque molto complesso: non si può parlare di una cultura russa come di un blocco univoco; allo stesso modo non si può parlare della cultura europea come qualcosa di statico e di univoco. È un gioco intellettuale, di riflessione speculare estremamente complesso, che meriterebbe un’analisi molto approfondita.

CR: Nell’ambito della letteratura russo-sovietica c’è un evento straordinario che porta il Suo nome: l’edizione integrale de Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov. Era il 1967. Ci vuol raccontare come si svolsero esattamente i fatti.

VS: I fatti furono semplicissimi. Avevo conosciuto a Mosca la vedova di Bulgakov e avevo stabilito con lei rapporti di estrema cordialità, di grande amicizia. Avevo conquistato la sua fiducia e lei ci teneva moltissimo che il romanzo del marito uscisse nella sua integralità, mentre nella prima edizione sovietica era statomutilato. La signora fornì all’editore Einaudi i brani mancanti e così fu possibile pubblicare la prima edizione integrale completa. Successivamente, anche le case editrici sovietiche capirono di aver commesso un’assurdità, censurando il capolavoro di Bulgakov, e pubblicarono anch’essi integralmente l’edizione de Il maestro e Margherita.

CR: Che cosa significò questo romanzo per il lettore sovietico e, in misura diversa, per il lettore occidentale?

VS: Significò l’irruzione del fantastico in una letteratura “realistica” per definizione, per premeditazione, una letteratura che voleva essere legata alla realtà quotidiana. L’irrompere del fantastico, del diabolico, dell’irreale, del surreale, fu come un fuoco d’artificio in una notte buia, e questo diede impulsi creativi, fantastici, inventivi, agli scrittori russi-sovietici che presero conoscenza di questo romanzo. D’altra parte, il romanzo di Bulgakov significò anche il ritorno a ciò che era stato rimosso, cioè alle fonti cristiane del senso della persona, della responsabilità umana: questioni affrontate da Bulgakov in modo magistrale nella seconda parte del libro, quella dedicata al grande mito evangelico. E tutto questo era fatto in un modo geniale dal punto di vista letterario, per cui l’impronta lasciata è viva tuttora.

CR:  Una giovane casa editrice, Studio Tesi, ha riproposto recentemente La vita del signor di Molière, scritta da Bulgakov nel ’36. Leggendo questo libro pensavo alla possibilità di scrivere una Vita del signor Bulgakov: biografia esemplare di un intellettuale vissuto negli anni delle persecuzioni staliniane e che però ebbe con Stalin rapporti controversi. Ideologicamente, fu un avversario; nello stesso tempo, godette di certi privilegi da parte del regime che gli permisero di vivere e di lavorare: «Sono possibile io nell’Urss?», si domandava Bulgakov. Qual è la Sua opinione a riguardo?

VS: La mia opinione è che Bulgakov ha già scritto la sua biografia scrivendo la biografia di Molière e poi scrivendo un dramma su Puskin. Visse la sua vicenda politica di scrittore perseguitato ed emarginato, ma al contempo tollerato e protetto, attraverso queste due grandi figure: Molière e Puskin. Figure che, come accadde a lui, trovarono nel sovrano l’oppressore e il protettore insieme. Bulgakov sapeva di essere perseguitato dagli ideologi della letteratura ufficiale sovietica, coloro che erano l’emanazione del potere stesso, ma credeva anche di aver trovato in Stalin qualcuno che lo proteggeva; non al punto di consentirgli la pubblicazione de Il maestro e Margherita ma permettendogli di sopravvivere, di trovare un’occupazione, di poter lavorare per il futuro, di poter scrivere quel romanzo che divenne il motivo principale della sua esistenza.

CR: Pasternak ha una vicenda per molti versi simile a quella di Bulgakov. Anch’egli ebbe rapporti con il regime.

VS: Ci sono almeno due differenze rispetto a Bulgakov: una differenza di atteggiamenti e una differenza temporale. Pasternak, innanzitutto, non ha mai avuto quell’atteggiamento di di stacco e di critica verso la rivoluzione, che era invece connaturato in Bulgakov. Questi ha visto nella rivoluzione soltanto un evento nazionale, una sorta di catastrofe che lui, come russo, doveva vivere per partecipare ai destini del suo popolo. Pasternak, invece, ha trovato delle affinità nella rivoluzione del ’17 e in un primo tempo si è anche trovato accanto a Majakovskij, ha cercato di collaborare con lui, anche se ben presto la loro collaborazione si è rivelata insostenibile. L’iter di Pasternak è più complesso anche per la ricerca di una verità storica che egli non possedeva in principio, mentre Bulgakov pensava già di possederla e di doverla soltanto precisare nel corso del suo sviluppo interiore. Pasternak ha attraversato una crisi profonda negli anni ’30, una crisi di superamento, di distacco dall’esperienza rivoluzionaria, mentre in Bulgakov c’è stato un riconoscimento di questa realtà dal punto di vista storico e fattuale. Poi, la differenza di carattere temporale: Pasternak ha scritto il suo romanzo dopo che Bulgakov aveva compiuto il suo, quando ormai la realtà del regime si presentava in una luce ben diversa rispetto agli anni trenta. Il dottor Zivago è il frutto di questa lenta, profonda crisi ed è un punto di vista critico, poetico e religioso assai lontano da quello di Bulgakov.

CR: Forse val la pena di ricordare i rapporti particolari che Stalin ebbe con questi due scrittori. Alcuni episodi, come ad esempio la teletonata di Stalin a Pasternak in cui lo scrittore chiede di poter trattare con lui i problemi “della vita e della morte”, fanno ormai parte della storia culturale sovietica.

VS: Sono due gli episodi mitici. Il primo è la lettera di Bulgakov à Stalin, alla fine degli anni Trenta, quando Bulgakov, sull’orlo del suicidio, chiede a Stalin di poter abbandonare il paese, credendo di non poter più trovare una possibilità di sopravvivenza in Russia. Qui si ha l’intervento di Stalin; un intervento tutt’altro che disinteressato perché avveniva dopo il suicidio di Majakovskij, e Stalin avrebbe visto con grande dispiacere un altro suicidio. Un dispiacere non umano ma politico. Il suicidio di Majakovskij era stato uno scandalo enorme per l’ideologia, figurarsi uno scandalo successivo. Così Stalin “sistema” Bulgakov. La telefonata di Stalin a Pasternak è stata mitizzata. Intanto c’è da dire che Stalin se da un lato coltivava e venerava tutta una schiera di scrittori  “cortigiani“, dall’altro sentiva un senso di rispetto per lo scrittore “borghese“, per il grande scrittore che “non cedeva” e che, beninteso, non era neanche un nemico. Pasternak ha avuto, quindi, questa possibilità miracolosa, come del resto l’ha avuta anche Bulgakov, in un’epoca di stragi, di silenzio e di repressioni mai conosciute in tutta la storia della letteratura russa. Poter restare da parte, mantenere la propria onestà intellettuale e maturare quindi la sua crisi, da cui sarebbe poi nato Il dottor Zivago. In un certo senso aveva ragione Bulgakov quando diceva che il tiranno, mentre genera schiere infinite di servi, ha poi il potere di donare la vita a qualcuno. Stalin ha donato la vita a Pasternak e a Bulgakov, e ha donato a noi i due più grandi romanzi di quegli anni.

VS: Avviandoci a concludere, professor Strada, vorrei che, dopo aver passato in rassegna i grandi scrittori russi dell’ottocento e del novecento, volgessimo uno sguardo ai critici, a coloro che hanno certamente avuto un ruolo non secondario per la nascita e l’affermazione della grande letteratura russa. Mi tornano in mente i nomi di Vissarion Belinski, di Nikolai Cernysevskij, di Nikolai Dobroljubov, critico giovane e di sottile arguzia intellettuale che morì a soli 25 anni, nel 1861, e che ci ha lasciato importantissimi saggi su Turgenev, su Gončarov. Oggi, questa straordinaria stagione della critica letteraria si nomina raramente, pochi sanno che tra questi critici e quegli scrittori vi furono legami stretti e profondi verso cui noi stessi dovremmo guardare con lucida nostalgia.

VS: Da allora tanta acqua tempestosa è passata sotto i ponti della storia: una continuità non ci può essere! Lei ha ragione: la letteratura russa dello scorso secolo non è fatta solo di grandi scrittori ma anche di grandi critici: il nome di Belinskij non può non essere ricordato così come quello di Cernysevskij. Per quanto riguarda Dobroljubov sarei meno entusiasta, anche se riconosco una sua qualità, una sua autenticità. Adesso in Unione Sovietica si assiste ad un fatto curioso: mentre Dobroljubov, Cernysevskij, Belinskij per decenni, nei decenni staliniani, erano stati canonizzati, oggi, nella cultura russo-sovietica attuale, risorgono e acquistano notevole dimensione alcuni critici dell’ottocento russo che erano stati completamente dimenticati nei decenni staliniani, come Apollon Grigorev, straordinaria figura di critico di tendenza “idealista”, oppure Annenkov, che viene finalmente ripubblicato. Anche il panorama storiografico dell’Unione Sovietica attuale, nei riguardi del passato ottocentesco e, in particolare, della critica, è dunque profondamente mutato. Non che si rinneghi Dobroljubov, naturalmente, ma acquista un suo posto preciso: non è più, accanto a Cernysevskij, l’unico critico ma diventa una figura secondaria rispetto a un critico ben più intellettualmente aperto e profondo come era Apollon Grigorev. Il mondo russo dell’ottocento è un mondo troppo contemporaneo, troppo vivo, per dover essere resuscitato. Continuamente, in tutta la sua complessità, esso accompagna il nostro presente, così come la letteratura e la filosofia sono ormai nostre compagne di viaggio, stelle nocchiere che ci servono nelle nostre ricerche, nel nostro lavoro.

CR: Ho citato Dobroljubov ricordando la sensazione che produsse in me, pochi anni addietro, il suo saggio sui cosiddetti uomini superflui, contemplati da Turgenev nei suoi romanzi. Quel saggio era soprattutto un appello all’intelligenza e alla speranza, si intitolava “Quando verrà dunque il vero giorno?”. Potremmo lanciare noi, oggi, lo stesso appello: quando verrà il vero giorno per tutti gli spiriti liberi dell’Unone Sovietica?

VS: Io direi che l’uomo di cultura sovietico, l’uomo libero, aspetta certamente la pace e il benessere, per usare formule che tutti  condividiamo, ma anche libertà e democrazia, insomma quei valori che noi bene o male possediamo e per i quali lottano quelli che chiamiamo “dissidenti”, anche se l’etichetta è un po’ semplicistica: come potremmo definire dissidenti Gobetti e Gramsci? Erano degli antifascisti che lottavano per la libertà, degli uomini liberi. I dissidenti non sono altro che uomini liberi, desiderosi di vedere nel loro paese quei principi di pace e di libertà che esistono altrove e che vogliono che quell’esperienza grandiosa e dolorosa che il loro popolo ha vissuto dopo la rivoluzione non porti soltanto a un miglioramento nel livello di vita. Vogliono che dopo sessant’anni e più si giunga all’affermazione di valori che ormai devono essere considerati intrinseci alla cultura e all’uomo moderno: la libertà, la democrazia, lo spirito critico. Tutta la cultura russa dell’ottocento e del novecento porta a questi valori, educa a questi valori, per cui ogni tentativo di leggerla e di interpretarla in chiave grettamente nazionalistica, e a supporto di un’ideologia autoritaria, è una tremenda falsificazione. La cultura russa è una cultura libera appunto perché è una cultura di uomini liberi che combattono per la libertà.

La Conversazione con Vittorio Strada è stata registrata nella sua casa di Venezia il 24 aprile 1986 e trasmessa nel medesimo anno dalla Rete 2 della Radio della Svizzera italiana.

Una Bibliografia essenziale di Vittorio Strada non può prescindere dai seguenti titoli: Tradizione e rivoluzione nella letteratura russa, Torino, Einaudi, 1980; Urss-Russia, Milano, Rizzoli, 1985; Le veglie della ragione. Miti e figure della letteratura russa da Dostoevskij a Pasternak, Torino, Einaudi, 1986; Simbolo e storia: aspetti e problemi del Novecento russo, Venezia, Marsilio, 1988; Europe: la Russia come frontiera, Venezia, Marsilio, 2014; Impero e rivoluzione, Venezia, Marsilio, 2017. 

(Gennaio 2022)

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