2019: l’anno di Giaime Pintor. Carlo Rafele a colloquio con Simona Loddo

GIAIME PINTOR: UNA GIOVINEZZA PALLIDA E FURENTE

 Radiodramma in sei puntate di Carlo Rafele

Martedì 30 Aprile prende il via una biografia sceneggiata

dell’intellettuale antifascista a cento anni dalla nascita.

Una produzione della sede regionale Rai Sardegna.

Simona Loddo: Carlo Rafele, sei l’autore di una drammaturgia radiofonica dedicata a Giaime Pintor, a cento anni dalla nascita, 1919-2019, un Anniversario che rischiava di passare inosservato.

Carlo Rafele: Inosservato e “inascoltato”. Diciamo che una furtiva ispirazione, due anni fa, mi ha consentito di non trascurare l’appuntamento. Con la complicità, necessaria, di Radio Rai Sardegna, in particolare della programmista-regista, nonché curatrice del programma, Stefania Martis, e del Direttore della Sede, Giovanni Maria Dettori. Sul finire dello scorso anno, spinto da curiosità, mi sono preso la briga di spulciare i giornali che segnalavano i “grandi anniversari” del 2019…

SL: L’ho fatto anch’io. Cos’hai scoperto?

CR: Che Giaime Pintor non c’era, non era previsto. Penso soprattutto al “Corriere della sera”.

SL: Infatti, il “Corriere” avrebbe dovuto essere in prima linea, per ragioni precise, direi ineluttabili. Vogliamo spiegare perché?

CR: Se nella biografia di Giaime Pintor appare la parola “amico” o la parola “amicizia”, esse vanno assegnate di diritto a colui che fu amico di Giaime per tutta la vita, condividendo addirittura il Nome, uno pseudonimo utilizzato da entrambi.

SL: Ugo Stille.

CR: Proprio questo. Il suo vero nome è Misha Kamenetzky, che di fatto, nella sua lunga attività professionale, non utilizzerà. Firmerà sempre con lo pseudonimo, Ugo Stille. Giaime e Misha si conoscono sui banchi di scuola e non si separeranno mai. Dopo la guerra Kamenetzky inizierà la collaborazione per il Corriere della Sera come inviato negli Stati Uniti, nell’anno ’87 e fino al ‘92 sarà direttore del quotidiano milanese, senza però mai abbandonare lo pseudonimo che lo legava a Giaime.

SL: E proprio il Corriere, incredibilmente, non fa menzione dell’Anniversario.

CR: Questo “dettaglio” mi ha turbato per alcuni giorni, poi mi sono detto che avrei dovuto trarne vantaggio, per cui anche questa chiacchierata con te, Simona, potrebbe esibire come titolo: “Giaime Pintor ovvero l’anniversario che il “Corriere della Sera” ha dimenticato”.

SL: Fiduciosi che il “Corriere” saprà porre rimedio durante l’anno, ti chiedo innanzitutto come sei arrivato all’idea di proporre alla Sede Rai della Sardegna questo Progetto.

CR: Ho fatto un cammino “a ritroso”, “à rebours”, direbbero i francesi. Mi trovavo con la mente da tutt’altra parte. Stavo leggendo e commentando “poeti”, stavo studiando traiettorie di poesia, meditavo una sorta di Atlante della tradizione poetica europea tra ‘800 e ‘900… quando sono approdato a Rilke, a Rainer Maria Rilke, agganciando alcuni suoi rilevantissimi componimenti poetici, in particolare alcune poesie della raccolta “Il Libro delle immagini”, dove appunto è contenuta la poesia “Annunciazione”.

SL: Che vorrei leggere e trascrivere, se sei d’accordo.
Tu non sei più vicina a Dio
di noi; siamo lontani
tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare a te dal manto,
luminoso contorno:
io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta

CR: Esattamente. E poche pagine dopo altri versi mi hanno raggiunto: “Eros! Eros!”.

SL: Eros! Eros! Maschere, accecate
Eros. Chi sostiene il suo fiammante
viso? Come il soffio dell’estate
alla primavera spegne i canti
di preludio. E nelle voci ascolta
ora l’ombra, e si fa cupo

CR: Proprio questa, Simona. Ti riveli esperta di versi rilkiani. E quindi sai bene che queste due poesie, e molte altre, sono state tradotte in lingua italiana…

SL: Da Giaime Pintor, nell’anno di grazia 1938.

CR: Il giovanissimo Giaime Pintor, compie tale impresa a soli 19 anni.

SL: Traduzioni che sono state elogiate dai maggiori studiosi di Rilke.

CR: Per l’appunto. La Seconda Puntata è dedicata al Pintor traduttore di grandi poeti.

SL: Il titolo della Seconda Puntata suona così: “Niente è più difficile che crescere. I turbamenti del giovane borghese”. Mi soffermerei su questo passaggio: I turbamenti del giovane borghese.

CR: Ti rammenta qualcosa? Forse hai individuato la “fonte” da cui trae origine?

SL: Mi rammenta il titolo di un altro grande “tedesco”, non meno importante.

CR: Tira fuori il Nome.

SL: Musil, Robert Musil, “I turbamenti del giovane Törless”.

CR: Risposta esatta. La mia avrebbe voluto essere una citazione di quel titolo.

SL: Veniamo al Pintor “traduttore”: nella Seconda Puntata intervengono alcune illustri “ombre”, se così posso chiamarle, che celebrano il rigore e la versatilità delle sue “prove” di traduzione. Vogliamo precisare, innanzitutto, a quali poeti Pintor offre il suo giovanissimo talento?

CR: La lista è cospicua: Rilke in primis, seguono Hermann Hesse, Georg Trakl, Heinrich von Kleist… chi dimentico?

SL: Friedrich Nietzsche.

CR: Nietzsche, certo. La “Seconda Inattuale”, la seconda delle “Considerazioni inattuali”.

SL: Gli elogi a Giaime arrivano da personaggi di rilievo: Geno Pampaloni, Carlo Muscetta, Giacinto Spagnoletti, Mario Luzi.

CR: Segno che il ragazzo aveva saputo restituire ai poeti tedeschi una voce e un profilo prestigiosi. Uno spessore e un’autorevolezza di linguaggio forse inattesi, introvabili nelle precedenti traduzioni.

SL: Mario Luzi parla di rovesciamento della prospettiva di lettura: “Quando lessi i ‘Sonetti a Orfeo’ e le ‘Elegie di Duino’ nella traduzione di Pintor mi accorsi di quanto fosse fallace l’immagine di debolezza quasi coltivata che le prime letture mi avevano dato”.

CR: E Geno Pampaloni scrive che per lui si è trattato di “una scoperta”: Il Rilke mediato da Pintor risulta profondamente diverso dal poeta che soltanto dieci anni prima si era imposto all’attenzione dei lettori italiani.

SL: Non è da meno Elio Vittorini, che scrive a Giaime: “Ho comprato le tue traduzioni di Rilke, il più bel libro di poesie che abbia letto quest’anno. Finalmente qualcuno ha redento Rilke in Italia”.

CR: Ecco quindi svelati i turbamenti di un ragazzo di diciannove anni.

SL: Tornando alla domanda, stavi facendo un’indagine su Rilke, quando…

CR: Quando mi sono ricordato che il Rilke che stavo leggendo in lingua italiana era un frutto prelibato del lascito Pintor. Su quel Nome, d’improvviso, una catena di associazioni mi ha investito.

SL: Ti eri già occupato di lui?

CR: Certo. Tra il ’97 e il ’99 del secolo scorso avevo scritto e realizzato per la Rai una Storia della Cultura Italiana del Secolo Ventesimo, in quattro Cicli e 52 puntate, registrate nella Sede Rai di Cagliari. Da Roma fui inviato a Cagliari, non ringrazierò mai abbastanza il mio direttore dell’epoca che mi offrì l’occasione di scoprire Cagliari, la Sardegna, l’Isola. Alla fine di quel Ciclo, dopo la messa in onda dell’ultima puntata, la cinquantaduesima, ebbi modo, sempre a Cagliari, di condurre un Seminario sul Novecento Italiano. E sai dove ebbe luogo?

SL: No.

CR: In un contesto che tu conosci bene: il Teatro dell’Arco di Mario Faticoni. Fu lui, che era stato Attore per alcune puntate della trasmissione, a propormi il Seminario. Che si tenne nel novembre dell’anno 2000.

SL: Riferimento importante per tutti noi, Mario. Torniamo a Giaime. Quindi, stavi leggendo Rilke, vedi comparire il nome Pintor e ti rammenti di aver parlato di lui in una puntata di quel Ciclo di trasmissioni dedicato alla Cultura Italiana del ‘900.

CR: Fui colto dalla sensazione di “riascoltare” l’intensità e la “moralità” di una Voce che conoscevo, mi tornavano alla memoria alcuni passaggi del “Doppio Diario”, del “Sangue d’Europa”, insomma riconnetto immediatamente le diverse vicende che mi avevano condotto a lui negli anni precedenti e nasce la domanda: non sarebbe il caso di occuparsi della sua storia, della sua biografia, dedicandogli una drammaturgia radiofonica?

SL: Avevi anche un buon pretesto: l’anno della nascita.

CR: Quella coincidenza l’ho valutata più tardi, non immediatamente. E mi ha ulteriormente convinto che avrei dovuto continuare.

SL: Se dovessi indicare i “motivi” che ti hanno portato all’incontro con Giaime, quali elencheresti? Cosa cercavi in lui?

CR: Nella fase iniziale ho agito come un pittore impressionista. Sono andato a rileggere alcuni Testi, soffermandomi sull’intensità e il valore dell’emozione “cognitiva” che mi regalavano.

SL: Ad esempio?

CR: Ad esempio, quel passaggio dell’Ultima Lettera che dice: “Senza la guerra sarei rimasto un intellettuale con interessi prevalentemente letterari, avrei discusso i problemi dell’ordine politico, ma soprattutto avrei cercato nella storia dell’uomo solo le ragioni di un profondo interesse, e l’incontro con una ragazza o un impulso qualunque alla fantasia avrebbe contato per me più di ogni partito o dottrina”. Non riuscivo a capacitarmi: un ragazzo di ventiquattro anni che raccoglie una sintesi così potente.

SL: L’Ultima Lettera, la Lettera che spedisce al fratello Luigi, da Napoli, il 28 novembre 1943, tre giorni prima di partire per la spedizione finale, il tentativo di raggiungere le brigate partigiane del centro-nord, perderà la vita il primo dicembre, a Castelnuovo al Volturno, mentre attraversa un campo minato predisposto dalle armate tedesche. Certo, la Lettera-Testamento mostra l’unicità assoluta del personaggio Pintor.

CR: Una Lettera che, come sai, si conclude con un appello altrettanto definitivo e straziante: “Se non dovessi tornare, non mostratevi inconsolabili”.

SL: Si è scritto molto su questa Lettera, gli storici ne hanno messo in luce l’unicità e la lungimiranza, e tu hai messo la Lettera al centro della prima puntata: Arianna, il personaggio Arianna, disquisisce con il personaggio Giulio – sono entrambi due studiosi del “caso” Pintor – mettendone in discussione la “centralità”.

CR: Non proprio la “centralità”, Arianna mette in discussione l’uso che solitamente se ne fa. Non tollera che Pintor venga sempre e comunque associato al fascino “romanticheggiante” di quello scritto finale; vorrebbe che lo si studiasse a fondo, nelle sue mille sfaccettature, magari anche prescindendo da quelle parole finali. A suo parere, quella Lettera, in molte occasioni critiche, ha fatto da parafulmine.

SL: Intanto, per chi non conosce la composizione del Radiodramma, diciamo qualcosa di più sui due Personaggi-studiosi di Giaime Pintor.

CR: Cha compaiono con Nome e Cognome: lei si chiama Arianna De Ricciardi, lui Giulio Gervasoni.

SL: Due studiosi che stabiliscono di incontrarsi, di ritrovarsi, per dare vita a… A che cosa?

CR: A ciò che gli Ascoltatori ascolteranno: una drammaturgia dedicata a Giaime Pintor.

SL: Agiscono quindi nel “tempo” della trasmissione.

CR: Noi li troviamo nello Studio di Registrazione dove si sono dati appuntamento.

SL: E ascoltiamo il loro ampio e dotto “conversare”.

CR: Con i pro e i contra che si avvicendano. Siamo immersi nella loro “dialettica”, a volte aspra, a volte conciliante.

SL: Lei, Arianna, sembra piuttosto radicale nelle posizioni.

CR: Lei si batte strenuamente per sconfiggere ogni stereotipo dell’immagine storica di Giaime, non vuole saperne di “mitologie”.

SL: Che cosa non tollera, chi sono i suoi nemici “storiografici”?

CR: I retori della “bella morte”, per esempio.

SL: Cercare la “bella morte” era stato un comandamento per alcuni combattenti di quella generazione.

CR: Giaime, secondo Arianna, rifugge da questo ritornello, non cerca la “bella morte”, al contrario non c’è individuo che più di lui cercasse la “bella vita”, intendendo l’esistenza, lo studio, la cultura, la politica attiva.

SL: La “grande politica”, quella che invocava Nietzsche.

CR: Appunto. E tu, Simona, di certo ricordi una lettera a Filomena D’Amico datata 27 marzo 1943 dove Giaime scrive: “Ogni tanto, nei momenti di benessere o in quelli di depressione, ripenso all’elogio nervoso che tu facesti di me un giorno e che mi colpì in modo particolare perché, evitando molti malintesi, andava in fondo alla mia virtù meno apparente e più seria, il mio costante piacere di vivere”.

SL: Quella Lettera e quel passaggio li ricordo bene, opportunamente messi in primo piano e in titolo da Maria Cecilia Calabri nella biografia che dedica a Giaime. Riflettere su Giaime per me vuol dire lasciare affiorare un catalogo di frammenti, di parole spezzettate, di voci intransigenti, come fossero epigrafi lasciate sul tetto della Storia, in attesa che qualcuno le vada a raccogliere. Se mi permetti di dilungarmi oltre misura, vorrei riportare un brano della Lettera che scrive allo zio Fortunato il 17 maggio 1934, all’età di quindici anni, ho detto “quindici”: “Caro zio, non avendo niente di particolarmente patetico da dirti mi risolvo a descrivere il tramonto che invadeva fino a poco tempo fa la mia camera. Quella che fino a adesso era una sinfonia di colori è ora un’evanescenza: ancora qualche raggio disegna figure fantastiche nel soffitto che si allungano e s’ingrossano stranamente. Dallo spiraglio d’una persiana un guizzo imporpora e sembra animare il gruppo di bronzo del ratto delle sabine che sta sulla libreria: un lieve rossore sale al vivo della bamboletta ottocentesca che gli sta di fronte e che pare si vergogni di avere davanti quello spettacolo. Poi le figure tornano alla loro immobilità e la stanza cade nella penombra; ora che quel folgorio di tinte forti l’ha abbandonata la stanza si riposa, è più intima, più raccolta. Mi alzo e mi affaccio alla finestra per vedere la città ancora rosseggiante che raccoglie gli ultimi raggi vivificatori del sole. Fra poco la fredda fiamma delle luci elettriche prenderà il posto di quella divina. Alla vita segue sempre la morte. Il mare sta passando attraverso infinite sfumature dal rosso al violetto e i gabbiani attratti da questo luccicare lo sfiorano ma non vi entrano perché sanno che ciò che li attira è un riflesso ma che sotto c’è l’acqua fredda e salata. Per toccare non il riflesso ma l’origine di quella bellezza devono salire troppo in alto, sanno che è impossibile. Quanto più saggi degli uomini!”. Fa impressione, vero?

CR: Bisognerebbe comporre un “atlante” di questi scritti, di queste parole poetiche, la sua biografia è colma, Giaime scriveva in continuazione, soltanto il Carteggio vale due volumi. Del resto, ciò che tu chiami “frammento” è la sua maniera di aggredire il reale, con una precisa e singolare modalità di scrittura, come si evidenzia nel “Doppio Diario”: le frasi interrotte, mozzate, il discorso che non deve mai arrestarsi, trovare una determinazione, raggiungere una conclusione.

SL: Vorrei tornare ad Arianna e alla sua posizione di principio riguardo la “Lettera al fratello”. Abbiamo detto, ma è bene ribadirlo, che non è in discussione la Lettera sul piano del “valore”, anche per Arianna la Lettera rimane la testimonianza bellissima e straordinaria di chi ha scelto di fare dell’azione la propria dottrina di vita, fissarne la centralità nella “concretezza”, come dirà in molte occasioni. Arianna, tuttavia, preconizza che insistere su quel tono predispone il lettore di Pintor ad imboccare una pista fallace.

CR: Arianna si rifiuta di convogliare nell’impresa finale la pluralità di eventi, avvenimenti e situazioni che scandiscono momenti diversi della vita di Giaime, che risultano variamente articolati e acquistano senso in una determinata situazione storica oltre che biografica. Anche il tema dell’ambiguità, secondo Arianna, pervade ogni ambito della biografia di Giaime: ambiguo appare il suo atteggiamento verso il Romanticismo, lo stare a ridosso dei grandi poeti della tradizione romantica ottocentesca ma al tempo stesso voler rifuggire dall’immagine di una giovinezza che si nutre di decadenza e di estenuazione romantica.

SL: La Puntata Terza porta appunto questo titolo-citazione: “Lo spirito dell’estremo decadentismo mi ripugna”.

CR: Appunto. Il “caso” Giaime come possibilità di comprendere complessità e contraddizioni di una generazione “senza maestri” e “senza modelli”, che suo malgrado si carica di simboli e di responsabilità.

SL: Comunque, sul grande tema-problema dell’ambiguità il tuo lavoro drammaturgico suggerisce alcune risposte.

CR: Alludi alla risposta che propone Arianna? Lei parla in effetti di “ambiguità onesta”.

SL: Che sembra di fatto una risposta al durissimo attacco postumo che Franco Fortini mosse a Giaime nel ’76, sulle pagine del giornale Il manifesto, diretto in quella fase dal fratello di Giaime, Luigi Pintor.

CR: Il quale non la prese affatto bene, com’è noto, e tolse immediatamente a Fortini la collaborazione al giornale. Fortini era uno spirito illuminato, forse il maggiore intellettuale di sinistra di quella fase storica. Cosa dire, a riguardo? Il Radiodramma si sofferma sulla diatriba con Luigi Pintor, Giulio e Arianna affrontano il tema da due prospettive.

SL: Prima di abbordare il “caso” Fortini, però, mi pare sensato concludere la presentazione dei Personaggi-studiosi, argomentare meglio il ruolo e il “carattere” che manifestano. Di Arianna abbiamo messo in rilievo l’arguzia e il tono non conciliante delle sue posizioni, Giulio come lo inquadreresti?

CR: Rispondo subito su Giulio, ma prima fammi precisare, a proposito di Arianna, che a lei si deve l’offerta di temi e argomentazioni preziosissimi nell’alveare drammaturgico, la sua arguzia consente di mettere a fuoco problematiche culturali e politiche che il dibattito storiografico sovente trascura.

SL: A cosa pensi in particolare?

CR: Al tema della Guerra, nella Quarta Puntata, dovrei meglio dire “delle” guerre, come specificherà Arianna, avvolgendo nel medesimo destino i due Conflitti del ‘900, illuminando destini e personaggi come Piero Jahier, Ernst Jünger, Renato Serra.

SL: Certo, so bene l’importanza che ha per te il personaggio-letterato Renato Serra e il libro rivelazione, “Esame di coscienza di un letterato”. Tra l’altro, Serra avrà un destino analogo a Pintor: morirà il 20 luglio 1915 nella trincea del Podgora.

CR: Però si ha la sensazione che di questa grande personalità, e del suo rapporto indiretto con Giaime, gli storici non abbiano avuto contezza. Come può il Personaggio Giaime non riflettere sul Personaggio Serra, che lo precede di pochi decenni? Quando Serra scrive “Cosa resterà su questa terra stanca quando avrà bevuto il sangue di tanta strage?”

SL: Citiamo per intero quella frase straordinaria: “La guerra non mi riguarda. La guerra che altri fanno, la guerra che avremmo potuto fare. Che cosa è che cambierà su questa terra stanca, dopo che avrà bevuto il sangue di tanta strage: quando i morti e i feriti, i torturati e gli abbandonati dormiranno insieme sotto le zolle, e l’erba sopra sarà tenera lucida nuova, piena di silenzio e di lusso al sole della primavera che è sempre la stessa? Io non faccio il profeta. Guardo le cose come sono. Guardo questa terra che porta il colore disseccato dell’inverno. Che cos’è una guerra in mezzo a queste creature innumerevoli e tenaci, che seguitano a scavare ognuna il suo solco, a pestare il suo sentiero, a far dei figli sulla zolla che copre i morti; interrotti, ricominciano: scacciati, ritornano?”

CR: Ecco, appunto: Arianna insiste per portare sul proscenio questa particolare figura e indicarne, se possibile, le “analogie”.

SL: Ci siamo persi, torniamo al punto precedente: ti domandavo di Giulio…

CR: Giulio potrebbe essere un abile e sornione “mediatore”, appartenente a quella categoria di storici che si preoccupano soprattutto della credibilità delle fonti, di mettere a confronto le varie posizioni. Su Giaime non ha un partito preso, ha voglia di indagare il Personaggio e i “significati” che da lui scaturiscono, piuttosto che farsi prendere da una determinata volontà di giudizio.

SL: Utilizzando al meglio la volontà di mediazione e di ascolto si contrappone ad Arianna, impegnata soprattutto, come abbiamo detto, a togliere l’immagine di Giaime dalle consuete “mitologie”.

CR: Per l’appunto. Tuttavia, i due Personaggi-studiosi non arrivano mai a scontrarsi duramente, merito soprattutto di Giulio, è come se viaggiassero sopra due percorsi paralleli, entrambi utili, opportuni, a volte indispensabili per fotografare pienamente la personalità di Giaime Pintor.

SL: Parlare di Arianna e di Giulio, d’altro canto, apre la grande questione delle “ombre”, dei personaggi-fantasma che bussano alla porta per porgere la loro testimonianza, si potrebbe ipotizzare che queste “apparizioni” costituiscono il connotato stilistico-strutturale dell’intero lavoro.

CR: C’è un titolo che percorre dall’inizio il mio lavoro di drammaturgia radiofonica e che si rispecchia pienamente anche in questo progetto, un titolo che suonerebbe così: “Dialoghi con le Ombre”.

SL: Le ombre, i testimoni, le testimonianze in “diretta studio”. Un meccanismo curioso per come si palesa: i Personaggi arrivano, chiedono di entrare, chiedono di partecipare, di porgere il proprio contributo testimoniale. L’idea che mi sono fatta io è che siano personaggi “evocati”, Arianna e Giulio hanno il potere di evocarli, di “chiamarli” con l’attività del pensiero, come fossero “prove”, materiali o tracce della riflessione su Giaime, del loro argomentare.

CR: Questa potrebbe essere la linea-guida, tieni conto che non sono andato a cercare le “ragioni” che giustificassero di volta in volta il loro “apparire”, mi piaceva l’idea che “accadessero”, che arrivassero d’improvviso sulla Scena e si frapponessero ai dialoghi dei due Personaggi-studiosi, non senza qualche colpo di scena, come forse avrai notato.

SL: Sì, ho trovato curioso che in alcuni casi le Ombre chiedessero di entrare senza essere convocati o che arrivassero prima del previsto.

CR: Come se rivendicassero una precisa, spiccata autonomia dal dettato drammaturgico, come se volessero dire sottotraccia: noi ci siamo comunque, di noi non si può fare a meno.

SL: E sono ombre illustri, ne citerei volentieri alcuni, con nome e cognome.

CR: D’accordo, a te la parola, chi ti ha colpito?

SL: Con le ragioni del cuore, d’accordo con Arianna, indico Filomena D’Amico, la grande amica di Giaime, che conosce molte cose, molti segreti, e che al tempo stesso vive il contrasto, la difficoltà di non riuscire a conciliare il sentimento amoroso che prova verso Giaime con le barriere, le inibizioni cui deve attenersi per educazione familiare, come lei stessa dirà. Filomena D’Amico aiuta Giaime a orientarsi in quella difficile stagione di epopee e contrasti politici, sebbene nella zona “cuore-amore” Giaime si riveli interlocutore poco affidabile.

CR: Immagino che tu abbia sulla punta della lingua il Nome di un’altra donna.

SL: Ilse, Ilse Bessel, la ragazza tedesca, che gli studiosi di Giaime considerano il vero amore della sua vita, a cui Giaime dedica le traduzioni delle Poesie di Rilke. Ma Filomena ha il prezioso ruolo dell’interlocutore, è lo “sguardo” che raccoglie, l’occhio che vede, intuisce, comprende. Filomena è unica per profondità d’animo e di intelletto. Senza nulla togliere ai Testimoni illustri come Mario Luzi, Geno Pampaloni, Aldo Garosci, che esprimono, da canto loro, profondità storica e gravità del tempo.

CR: Filomena è una donna che affascina soprattutto le donne. Come hai ricordato, Arianna la considera una donna fuori del comune, in quegli anni di passioni tristi.

SL: Ho letto un’intervista che Filomena ha dato in anni recenti alla biografa di Giaime, Maria Cecilia Calabri…

CR: Una studiosa apprezzabile, la Calabri, a cui dobbiamo l’unica, completa, esauriente Biografia di Giaime Pintor.

SL: Nell’intervista Filomena dice cose molto significative, che andrebbero appuntate per inquadrare il carattere di quegli anni, parla di Giaime come di un ragazzo di straordinaria umanità e intelligenza, un “suscitatore d’intelligenza”, scrive che quando una persona stava con lui si sentiva più ricca emotivamente, più caricata, più intelligente. E questo perché Giaime aveva tanti interessi e sapeva ascoltare, dibattere, discutere, amava lo scambio umano, condividere con gli altri l’amore per la vita.

CR: L’amore per la vita, “il piacere costante di vivere”, come abbiamo detto. I giorni con Filomena sono contrassegnati anche dal cosiddetto “salotto rosso”.

SL: Già, il “salotto rosso”. Filomena ne parla nell’intervista: “Era il salotto di casa mia. Quando Giaime veniva a Roma, durante i nostri incontri, amavamo trascorrere il tempo nel ‘salotto rosso’…”. Nella lettera del 30 marzo del ’41 da Vichy le scrive: “Oggi è domenica e piove e si sta bene in ufficio. Semmai si vorrebbe, uscendo di qui, un salotto rosso con dei presunti Raffaello, non il mio albergo, non quell’orribile cameriera francese”.

CR: Era il luogo dove i due giovani potevano isolarsi e perdersi in lunghe chiacchierate, senza che nessuno li disturbasse. Filomena lo chiama “hortus conclusus, che ci separava dal resto del mondo, dov’era possibile dimenticare la barbarie del presente”.

SL: Durante l’intervista Filomena dice che Giaime le confidava spesso di sentire come una privazione il fatto di non aver partecipato alla guerra: “Me lo ha detto molte volte. Una delle motivazioni della sua ultima decisione, secondo me, è stata proprio quella di fare almeno quest’atto in cui fosse implicato il rischio”. E alla domanda della Calabri, sul perché sentisse questo bisogno, Filomena risponde: “È una cosa che mi ha lasciato sempre perplessa, perché non la condividevo. Lui ha cercato di spiegarmelo, diceva che nella vita, quando ti si presenta questa esperienza, la devi fare. Era questo che lui sentiva, di aver perso un’esperienza che sicuramente lo avrebbe arricchito”.

CR: Una posizione chiara, un sentimento che Giaime esprime più volte nel “Doppio Diario”. Un concetto che affiora infine prepotentemente nell’Ultima Lettera: “Senza la guerra, senza l’impegno politico, io sarei rimasto un intellettuale con interessi prevalentemente letterari e l’incontro con una ragazza o un impulso qualunque alla fantasia avrebbero contato per me più di ogni partito o dottrina”.

SL: Come vedi, ogni passaggio ci ricollega al punto di inizio, alla forza e alla lungimiranza del pensiero, un pensiero che si forgia e si potenzia sempre più negli anni della formazione. A tal proposito, non vorrei dimenticassimo il ruolo avuto da Giaime all’interno di quel grande progetto editoriale che fu Casa Einaudi.

CR: Il ragazzo di vent’anni che si trova, se vogliamo dirlo con un po’ di enfasi, a decidere le sorti della cultura italiana di quegli anni, cosa far leggere ai lettori italiani.

SL: Quali autori pubblicare, quali libri proporre al pubblico italiano, Giaime come messaggero di “conoscenza”, se possiamo dir così.

CR: Credo sia stato anche questo: un suscitatore di cultura, a vari livelli. Non dimenticherei la polemica che divampò su Carl Schmitt, il filosofo tedesco appartenente alla destra. Giaime cultore delle correnti irrazionaliste, attratto da autori come Drieu La Rochelle, Montherlant, Jünger, Salomon, Malraux, oltre che Nietzsche.

SL: Che è poi la strada maestra per agganciare e riprendere il tema dell’ambiguità, quel connotato storico-ideologico su cui i detrattori di Pintor hanno giocato parecchie carte.

CR: Abbiamo lasciato in sospeso la querelle tra Luigi Pintor e Franco Fortini. Forse è bene rammentare alcuni concetti precisi di quello scritto altamente polemico: Fortini credeva che la storiografia di sinistra avesse operato una distinzione tra antifascismo borghese e intellettuale e antifascismo popolare, scambiando il lucido e generoso impulso all’azione responsabile, che portò tanti giovani come lui alla lotta partigiana, per un passaggio di cultura e di classe che Giaime non si era mai proposto di compiere. Per Fortini, Giaime rimane il rampollo privilegiato di una borghesia elitaria che passa indenne e imperturbato da una cena con la figlia di Croce a una con il direttore dell’Istituto di Cultura Fascista, da una conversazione colta con l’editore Giulio Einaudi a una con la redazione della rivista del fascismo illuminato, “Primato”, e così di seguito. Per poi concludere con l’affermazione più risoluta e grave: “Oggi so che i miei veri avversari erano (sono?) della razza di Giaime Pintor, straordinario traduttore, intelligenza rara, capace di serio coraggio, simbolo della Resistenza e anche dei suoi equivoci”.

SL: Mi pare che Fortini tenti di tracciare un perimetro “morale” dentro cui far convergere i propositi culturali e intellettuali di quella difficile fase storica. Credi che la posizione di Fortini, raccolta e rilanciata da alcuni studiosi, sia da respingere in toto?

CR: Lascerei l’ascoltatore e il lettore nella libertà delle “idee”. Spero che il lavoro drammaturgico porti un contributo anche sulle questioni e le domande poste da Fortini.

SL: Se sei d’accordo, passerei a trattare altri aspetti problematici del pensiero di Giaime, innanzitutto il suo rapporto con il Risorgimento e con la figura di Carlo Pisacane. Nel copione del Radiodramma è Giulio, nella Quinta Puntata, a far riferimento all’eroe risorgimentale. Tu che opinione hai a proposito?

CR: Ci sono dei fatti precisi che fanno dell’eroe risorgimentale “un riferimento di valore assoluto per Giaime”, come scrive lo storico Giovanni Falaschi. In primo luogo la pubblicazione, voluta da Giaime per la nascente casa editrice Einaudi, del “Saggio su La Rivoluzione”, scritto da Pisacane nel 1894, che Giaime fa precedere da un suo scritto introduttivo; poi l’affinità di pensiero e di giudizio che affiora marcatamente nel gesto finale, nella “impresa arrischiata” di Pisacane come nella “unica possibilità aperta” di Giaime; infine, aver considerato sia l’impresa di Pisacane che la sua come uno “strappo” messo in atto da “minoranze rivoluzionarie”. Andrei ancora oltre, dicendo che entrambi si fanno paladini del principio Pensiero/Azione, rimarcando che l’azione rivoluzionaria trae sostanza e credibilità dalla riflessione critica e intellettuale che la precede… e questo, a mio avviso, disegna a tutto tondo l’immagine di Giaime, la sua concezione politica che vede i due “poli”, intelletto/azione, in vicendevole connubio.

SL: Sono appunto i due elementi che nella vita di Giaime si tengono strettamente intrecciati: mi pare che il Radiodramma, grazie anche al ruolo marcato dei due Personaggi-Studiosi, esibisca questa chiave di lettura.

CR: Senza la quale, a mio parere, si continua e si continuerà a oscillare tra le due posizioni, a privilegiare ora l’una ora l’altra, ora il ragazzo di genio e di cultura illimitata, ora il combattente impaziente desideroso di passare alla concretezza dell’azione.

SL: Forse è per queste ragioni che il fratello Luigi diceva che la vita di Giaime “non è collocabile”.

CR: Diventa “collocabile” e interpretabile se si tengono insieme le due istanze.

SL: Che sono già nel Titolo del tuo lavoro: “Una giovinezza pallida e furente”, ovvero il “pallore” dello studioso e la “furia” dell’uomo d’azione.

CR: Non proprio merito mio: il titolo è un verso di Rimbaud, del poeta Arthur Rimbaud, che di “giovinezze pallide e furenti” aveva una buona esperienza.

SL: A questo punto direi di affrontare, come zona finale della nostra conversazione, il tema Giaime e il Fascismo alla luce delle acquisizioni storiografiche più recenti, gettando un occhio allo scritto-pamphlet “L’ora del riscatto”, che Giaime scrive nei giorni immediatamente seguenti la caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, e che l’editore Castelvecchi ha opportunamente ristampato nel 2013, ponendo in appendice la Lettera al fratello Luigi.

CR: Il tema Giaime-Fascismo mi richiama immediatamente le parole di un grande amico di Giaime, Felice Balbo, che esortava i lettori e gli studiosi a togliere Giaime dalle definizioni consuete. Cito le parole di Balbo: “Uscire dall’antitesi fascismo-antifascismo, mi diceva testualmente Giaime, è oggi la condizione di ogni lavoro serio, e Giaime concepì sempre l’unità antifascista come uno strumento per andare oltre”.

SL: Sono parole che preparano le più recenti scoperte storiografiche, la volontà di sbarazzarsi delle formule stereotipate, di uscire dalla retorica sterile dei “contro” e degli “anti”, a partire dall’anti dell’antifascismo, e spingere il dibattito sugli “oltre”, sui “post”, come “postfascismo”.

CR: Su questo, credo anch’io, si misura oggi la “nobilitate” del caso Giaime. Che alcuni storici hanno già fatto propria e rilanciata negli ultimi anni, penso a Luca La Rovere, al suo saggio del 2005, intitolato “Un viaggio non finito. Giaime Pintor e il postfascismo”, dove è rimarcato che Pintor approda a una lucida critica dell’antifascismo che investe in primo luogo quanti “pretendevano di criticare il fascismo o lottare contro di esso con i mezzi culturali e politici del pre-fascismo”, scoprendo perciò una nuova prospettiva che Rovere chiama del “postfascismo”. Quindi, superamento definitivo dell’antitesi fascismo-antifascismo, constatazione dei limiti politici e ideologici dell’antifascismo, critica all’antifascismo come ideologia ormai inadeguata. “Giaime come figura paradigmatica del cammino compiuto dalla sua generazione, scrive La Rovere in conclusione: non più il cammino trionfale verso la conquista di una risplendente coscienza antifascista a partire dal buio della lunga notte del fascismo, ma quello tormentato e tortuoso della generazione del littorio per liberarsi compiutamente dalle suggestioni della cultura e della mentalità fascista e per approdare definitivamente alla democrazia”.

SL: Annoderei il tema Fascismo al tema Guerra, rammentando quel passaggio della Lettera: “Senza la guerra io sarei rimasto un intellettuale con interesse prevalentemente letterari. La guerra ha distolto materialmente gli uomini dalle loro abitudini, li ha costretti a prendere atto con le mani e con gli occhi dei pericoli che minacciano i presupposti di ogni vita individuale, li ha persuasi che non c’è possibilità di salvezza nella neutralità e nell’isolamento”. Del resto, è lo stesso Pisacane a riferirsi alla guerra, alla “filosofia” della guerra come creatrice di eventi.

CR: L’originalità di Giaime è di essersi opposto alla considerazione del fascismo come “parentesi” della Storia italiana, che era la tesi propugnata da un personaggio illustre come Benedetto Croce. Giaime muta il paradigma e individua il fascismo come fenomeno “strutturale” della Storia italiana, il cui superamento o rovesciamento sarà compito e dovere delle minoranze rivoluzionarie.

SL: Il “mondo inconciliabile”, che Giaime individua nel suo tempo e che proietta negli anni che verranno, ciò di cui del resto anche noi oggi facciamo costante esperienza. È ancora Balbo a scrivere: Tutte le forze storiche del passato e tutte quelle del presente erano da Pintor considerate anzitutto come realtà e non come negativi. La vera rivoluzione auspicata dall’intellettuale sardo si sarebbe dovuta svolgere all’insegna del postfascismo: se il giudizio di Pintor sul fascismo è giusto e se è l’abito intellettuale e morale, o stile di Pintor, ad averlo reso possibile, se ne trae che lo stile del Pintor è lo stile del postfascismo, è lo stile culturale della ‘vera rivoluzione’, è esso stesso, in sé e come esemplare, l’inizio della rigenerazione”.

CR: Qui, come puoi notare, “postfascismo” è sinonimo di “rigenerazione”, anzi è l’inizio della rigenerazione.

SL: Ho anche l’impressione, ma non vorrei fosse considerata una forzatura, che la posizione avviata da Balbo e proseguita da alcuni storici nei nostri anni, abbia un po’ messo di lato la polemica sullo Giaime opportunista, che sale sul carro dei vincitori, quando il regime è ormai caduto.

CR: Non so, forse si forse no, quelle posizioni proseguiranno il loro corso, non è nel “copione” del Radiodramma spingere verso l’una o l’altra delle posizioni, per quanto mi riguarda ritengo che il superamento dell’antitesi fascismo/antifascismo costituisca il risultato più lungimirante della recente storiografia. Oltre quel recinto ideologico si spalanca una nuova frontiera di “discorso” e la stessa biografia di Giaime assume nuovi connotati, la si valuta per i suoi tre elementi costitutivi: etica, estetica, politica.

SL: Nella Lettera finale, che possiamo considerare a tutti gli effetti un testamento, Giaime ‘confessa’, se posso usare questo verbo, che il fatto politico non era da lui vivamente sentito e percepito. Scrive: “C’era in me un fondo troppo forte di gusti individuali, d’indifferenza e di spirito critico per sacrificare tutto questo a una fede collettiva”. Il fatto politico, l’azione, la scelta del combattente e del partigiano, giungono quando sente di avere di fronte “un mondo inconciliabile”.

CR: Mi piace ogni volta considerare i vari addendi come tracce, indizi di un discorso unitario. Sia la ricerca di una posizione “terza, come il superamento dell’antitesi fascismo-antifascismo, sia la rottura degli argini “romantici”, aver individuato le forme corrotte che l’esperienza del Romanticismo genera al suo interno, l’intellettuale e il partigiano crescono insieme e insieme saranno inghiottiti dalla deflagrazione.

SL: La “morte assurda” di cui parla Luigi Pintor.

CR: Già, la “morte assurda”. Le parole di Giaime nella Lettera sono chiare: “Quanto a me l’idea di andare a fare il partigiano in questa stagione mi diverte pochissimo, non ho mai apprezzato come ora i pregi della vita civile, ho coscienza di essere un ottimo traduttore e un buon diplomatico, ma secondo ogni probabilità un mediocre partigiano. Tuttavia, è l’unica possibilità aperta e la accolgo”. Oggi forse quella morte è meno “assurda” se la si guarda non come il “gesto disperato di un ribelle” ma la “conclusione di una vita governata da ideali concreti, unita in uno sforzo di coerenza e di chiarezza interiore”.

SL: In effetti, questo è un concetto che avevi già espresso nella fase preparatoria del Testo, rimarcando che se visitato oggi, a cento anni dalla nascita e a più di sette decenni dalla morte “assurda”, il “caso” Pintor porge una domanda ferma e precisa: che cosa ha significato per un giovane intellettuale, desideroso di tornare alla vita civile, ai libri, ai poeti, alla casa editrice Einaudi, alla sua biografia di “ragazzo prodigio”, che cosa ha significato prendere posto in una organizzazione di combattimento?

CR: La domanda da cui ripartire, la domanda da percorrere, attraverso la quale ripensare il “caso” Pintor.

SL: Prima di lasciarci mi piacerebbe chiarire un dettaglio che mi ha colpito sfogliando la documentazione che hai premesso alla stesura delle puntate. In un passaggio affermi, senza giri di parole, che gli storici avrebbero fatto bene a rivolgersi alla filosofia, per capire meglio le grandi questioni che il “caso” Giaime svela e rivela. Cosa intendi dire?

CR: Ti ringrazio di rilanciare queste considerazioni. Utilizzavo la filosofia come pretesto per dire sostanzialmente una cosa: che in Giaime si tengono insieme tre piani: Impegno, Etica e Immanenza. Tre piani da cui scaturirà la volontà d’azione. Che, in breve, significa declinare il piano della conoscenza del mondo, dell’esperienza-mondo, con il piano etico del cambiamento di quel mondo. Il tutto nell’immanenza del “presente”, che si tradurrà nell’azione conclusiva.

SL: Mentre parlavi mi sono accorta che non abbiamo ancora citato un grande scrittore italiano che a Giaime probabilmente si è ispirato per creare alcuni suoi personaggi letterari…

CR: Fenoglio?

SL: Certo, Fenoglio. Al quale hai offerto un discreto tributo nella Quarta Puntata.

CR: Il personaggio Giulio parla di Fenoglio come di un riferimento imprescindibile dinanzi al “caso” Pintor, crede che lo scrittore piemontese si sia ispirato a lui, alla sua controversa biografia per disegnare alcuni personaggi di racconti e romanzi, in particolare, “Il partigiano Johnny” e “Una questione privata”.

SL: “Una questione privata” da molti critici è considerato il capolavoro di Fenoglio e Giulio ha prodotto un nastro sonoro che ci dà la possibilità di ascoltare alcune movenze del concitato finale.

CR: Io credo, e Giulio lo dice chiaramente, che Fenoglio costituisca la “tonalità” dell’avventura esistenziale e intellettuale di Giaime. La scrittura di Beppe Fenoglio non si ferma mai, corre a perdifiato per pagine e pagine, affonda nell’azione incessante, nel sentimento del tempo come azione e concretezza, ciò che dicevamo poc’anzi.

SL: Ricorderai che uno dei grandi eroi-personaggio della narrativa di Fenoglio è descritto con queste parole: “Non poteva più vivere senza sapere e, soprattutto, non poteva morire senza sapere, in un’epoca in cui i ragazzi come lui erano chiamati più a morire che a vivere”.

CR: Potrebbe essere, sotto certi aspetti, il ritratto di Giaime Pintor, che ancora una volta si configura e si impone come Autobiografia di una Generazione.

SL: Direi, prima di congedarci, di tracciare un breve profilo degli attori che ti hanno accompagnato nel percorso realizzativo: Michele Vargiu, Eleonora Giua, Cesare Saliu

CR: I tre attori protagonisti. Che recitano accanto alle tre Voci comprimarie: Marco Spiga, Antonella Puddu, Raffaele Chessa. Vorrei tanto che gli Ascoltatori percepissero e apprezzassero lo “specifico” delle Voci: a Michele Vargiu il plauso per aver tenuto fede a un orizzonte timbrico che riproduce e ritrova lo spirito poetico ma al tempo stesso concreto e risolutivo di Giaime; Eleonora Giua è una Arianna che offre una pregevole prova caratteriale, nell’esigenza, anzi nella pretesa, di togliere dalla “scena Giaime” i tanti luoghi comuni che hanno attraversato la sua biografia: sono rimasto impressionato dalla qualità tecnico-stilistica che Eleonora ha saputo immediatamente agganciare al personaggio; Cesare Saliu è il Giulio “mediatore”, pacato affabulatore, provvisto di una Voce che caratterizza pienamente il personaggio. Consiglio, poi, di prestare attenzione alla forza attiva del pensiero di Antonietta Dore Pintor, mamma di Giaime e di Luigi, risolta con piglio lieve ma efficace da Antonella Puddu; ho trovato infine adeguato e di giusto equilibrio attoriale il concitato finale del racconto di Fenoglio, affidato alle voci di Raffaele Chessa e di Marco Spiga; a proposito di quest’ultimo, non mi stancherò mai di segnalare la straordinaria interpretazione dei brani tratti dall’Esame di coscienza di un letterato di Renato Serra.

SL: Un plauso anche al musicista, al compositore delle tracce originali, Stefano Tore.

CR: Stefano ha saputo aderire al personaggio e allo spirito della narrazione, proponendo motivi musicali in accordo con le tensioni, gli “strappi” e i silenzi del testo. È stato poi sorprendente trovare un mattino in Studio i musicisti da lui chiamati e da lui coordinati che provavano ed eseguivano dal vivo le tracce sonore.

SL: Del resto, tra gli ultimi titoli della tua biografia professionale compare una drammaturgia dal carattere interamente musicale: “Glenn Gould, il corpo del pianoforte”.

CR: Già, anno 2013, per i 30 anni dalla sua scomparsa. In quella circostanza avevo scelto un giovane pianista italiano, Andrea Manzoni, che aveva il compito “titanico” di accordarsi alle strutture sonore e interpretative di Gould, cercando di calibrare e restituire il suono al pianoforte à la manière di Glenn Gould. Oggi Andrea è un musicista-compositore affermato a livello internazionale. A tal proposito, non vorrei si trascurasse il lavoro instancabile e determinante del nostro Tecnico-Ingegnere del suono, Alessandro Grasso, che ha seguito ogni fase della produzione, minuto per minuto, fedele, instancabile. A lui un ringraziamento globale, per la competenza, la fatica e la pazienza.

SL: Possiamo chiudere qui la conversazione, ricordando che il Radiodramma dedicato a Giaime Pintor prende il via martedì 30 Aprile, sulle onde di Radio Rai Sardegna, e si conclude martedì 4 giugno con la sesta puntata. Non sarà però una vera conclusione perché dal martedì successivo – 11 giugno – Radio Rai Sardegna proporrà un collage di interviste e discussioni dedicate al tema Giaime.

CR: Per l’appunto. Alcuni storici e studiosi si alterneranno al microfono per esporre la loro versione, la loro “verità” sul “caso Giaime”, accompagnati e coordinati da Stefania Martis. Sarà molto interessante capire, alla luce dell’Oggi, quale ritratto di Giaime Pintor risalterà.

SL: Agli ascoltatori, quindi, il compito di non far mancare la presenza e l’ascolto.

GIAIME PINTOR: UNA GIOVINEZZA PALLIDA E FURENTE

con Michele Vargiu, Eleonora Giua, Cesare Saliu

e la partecipazione di: 

Marco Spiga, Raffaele Chessa, Antonella Puddu

Musiche originali: Stefano Tore

Ingegnere del suono: Alessandro Grasso

Testo e regia Carlo Rafele

Un programma a cura di Stefania Martis

registrato negli Studi Rai di Cagliari

  1. «Carissimi, vi scrivo dalla sperduta Isola dei sardi» 
  1. Niente è più difficile che crescere: i turbamenti del giovane borghese 
  1. «Lo spirito dell’estremo decadentismo mi ripugna» 
  1. «Siamo la generazione perduta, senza maestri» 
  1. «Sarebbe strano e deprecabile se vivessi questo periodo di storia seduto su una stufa come Cartesio» 
  1. «Parto per un’impresa di esito incerto. E se non dovessi tornare, non mostratevi inconsolabili»

DI GIAIME PINTOR HANNO DETTO

Luigi Baldacci: “In Pintor molte cose lasciano sorpresi: l’incredibile vastità della cultura in così breve vita, la solidità e la chiarezza della formazione intellettuale e morale; a vent’anni, sia che parli di Verga o di Pascoli, di Papini o di Vittorini o di Cecchi, ha l’autorità – cioè la statura morale – di un maestro”.

Geno Pampaloni: “Non credo di sbagliare se dico che la traduzione che Giaime faceva dei grandi poeti tedeschi era una cosciente forma di opposizione alla barbarie nazista: la volontà di ripudiarne le radici echeggiando la spiritualità dei versi di Rilke o di Trakl

Aldo Garosci: “Giaime non si interessava affatto alla politica, era una natura del tutto particolare, non voglio dire che era una natura aristocratica, questo sarebbe banalizzarla, era qualche cosa di diverso, la sua era una natura che definirei ‘apollinea’, aveva un suo modo di stare al di sopra della vita quotidiana. Era chiaro quali fossero le sue idee politiche generali, sapevo benissimo che mi trovavo di fronte a una persona che aveva un inconfondibile e fondamentale orientamento antifascista, che tuttavia non aveva ancora deciso di impegnarsi. Gli interessava molto di più la poesia, in particolare la lirica tedesca, le sue bellissime traduzioni da Rilke”.

Felice Balbo:Io credo che chiunque voglia porsi sul terreno di una valutazione vera e propria dell’opera di Pintor non potrà evitare la propria autocritica. Per tentare di iniziare questa valutazione e quindi questo comune lavoro di autocritica credo che la chiave di volta sia data dal giudizio di Pintor sul fascismo, giudizio estremamente coerente con tutta la sua opera ed assai più profondo e decisivo di quanto a tutta prima non possa apparire: ‘Il fascismo non era stato una parentesi ma una grave malattia e aveva intaccato quasi dappertutto le fibre della nazione. Questa prova può essere il principio di un risorgimento soltanto se si ha il coraggio di accettarla come impulso ad una rigenerazione totale’. A ben riflettere, in questo giudizio è implicita una critica a tutto il pre-fascismo e, quindi, a tutta la storia che al fascismo aveva portato, non solo in Italia. Egli sentiva con estrema chiarezza che tutti quegli italiani che non comprendevano questa verità e che quindi pretendevano criticare il fascismo o lottare contro di esso con i mezzi culturali e politici del pre-fascismo erano fuori strada. In tal senso l’antifascismo di Pintor si rivela veramente come post-fascismo”.

Massimo Mila: “Era capitato fra noi alla fine del ’40 o al principio del ’41, elegantissimo ufficialetto della Commissione di armistizio con una cravatta rossa fiammante che solo il suo reggimento poteva portare. Ed era entrato da principio in rapporto con gli elementi della casa editrice Einaudi, con Pavese e con Balbo, che poi l’avevano portato a casa mia che allora era un po’ tenuta in sospetto e schivata dalla gente che avesse la coda di paglia per il fatto che era la casa di un ex carcerato, ma si era visto che questo non comportava pericolo. E rapidamente Giaime diventò proprio la colonna e veramente l’attrazione di quei lunedì che si tenevano a casa mia, molto modesti, molto alla buona, molto borghesi. Giovanissimo come era, aveva 10-12 anni meno di me e di Pavese, che a quell’età lì 10 anni sono una differenza enorme, ci aveva immediatamente surclassati, messi sull’attenti. Pavese ed io eravamo esterrefatti della maturità e della precocità di questo giovane, in tutto, nella letteratura, nella politica: la precisione delle sue vedute, la sicurezza delle sue opinioni. Noi eravamo pieni di dubbi, pieni di frane, forse anche lui, mah! Non appariva assolutamente. Noi, tutti antifascisti, eravamo di quegli antifascisti storici che lui spesso prende abbastanza in giro nel suo Diario, chiamandoci ‘catoniani’, ed effettivamente noi eravamo degli esclusi, mentre lui invece era dentro a tutte le cose della vita dell’Italia di allora. Aveva scritto sulla rivista «Primato» di Bottai, lui scriveva perfino su un giornale che si chiamava «Roma fascista». Ma passava attraverso queste insidie proprio come la salamandra attraverso il fuoco. Così è accaduto che questo giovane di vent’anni sia stato per noi davvero un maestro”.

Giacinto Spagnoletti: “Il vero trasalimento lo ebbi a poco più di vent’anni, dinnanzi ai foglietti che mi porgeva l’amico Giaime Pintor quando ci vedevamo al Caffè Greco o alla Facoltà di Lettere romana, oppure passeggiando per le strade della vecchia Roma. Poco dopo, nel ’42 apparve da Einaudi la sua traduzione col testo a fronte; ed una delle cose che più mi colpì, in quei tempi crudeli, fu l’ascolto che il mio grande amico coltivava dentro di sé della lirica rilkiana. Era il suo modo di opporsi coscientemente e criticamente alla barbarie nazista, di ripudiarne le radici echeggiando la voce densa e raccolta del poeta praghese, quella sua vibrante spiritualità, dalla quale estraeva accenti non molto dissimili dalle poesie che andava allora componendo”.

Luigi Pintor: “Nel prendere commiato dalla vita, Giaime affronta ancora una volta un tema a lui caro, il ruolo rivoluzionario della propria generazione, e ribadisce come la contrapposizione non sia con le generazioni precedenti ma con gli antifascisti tout court, avendo allora già chiara quella che è solo una recente corretta categoria storiografica, cioè che per i più giovani, nati e vissuti sotto il regime, non ha senso parlare di fascismo o antifascismo in termini classici. Egli è consapevole che solo la guerra ‘ultima fase del fascismo trionfante’ era stata per lui e per i suoi coetanei l’occasione per comprendere le numerose contraddizioni di esso e giungere da un generico rifiuto a un’opposizione organizzata. Però in tutto questo percorso, in questa storia breve segnata dalla guerra, la cosa che più colpisce, almeno a me, quella che a me è più cara, quella che mi sembra anche più moderna, più attuale, è il gusto delle cose, della vita, del rapporto con gli uomini che non abbandona mai Giaime. Istituire sinceri rapporti tra gli uomini, questo sembra il suo programma individuale e sociale, collettivo. Questo gusto traspare continuamente dal suo diario, dalle sue lettere e dalle sue parole. ‘I libri, le ragazze, i viaggi, i luoghi, le amicizie’, insomma una freschezza che di solito l’impegno politico, la passione intellettuale oscurano e sacrificano”.

Giuseppe Prezzolini: “Leggo, con ritardo oceanico, certi articoli e recensioni di Giaime Pintor, che credo sia un nipote di cui tu e Marpicati mi parlaste quand’ero a Roma. Mi hanno colpito come poche cose che leggo nei periodici d’oggi per un sentimento alto della intelligenza e per una maturità che stupisce in un giovane. Forse non varrà la pena di dirglielo, perché io sono un ferrovecchio, e forse anche perché i giovani se ne infischiano; ma è bene che lo sappia tu: quando vedo quella firma leggo sempre da cima a fondo”.

Italo Calvino: “La nostra generazione è quella che si riconosce nell’esame e nel programma di Giaime Pintor: la nostra forza non potrà essere sete di trascendenza, non dramma interiore, alla presenza d’un dramma esteriore così imponente; la nostra forza può essere solo l’esperienza di questo dramma, e quella estrema freddezza di giudizio, quella volontà tranquilla di difendere la propria natura di cui Pintor appunto ci diede un esempio così limpido, pur quando si trasferì sul piano della lotta e dell’azione politica”.

Carlo Muscetta: “Il gruppo più omogeneo era composto da Alicata, Trombadori, Pintor e me. Conobbi Alicata e Trombadori tramite Pintor. Con Pintor c’eravamo conosciuti a Trieste ai Littoriali del ‘39 e ci siamo subito riconosciuti come antifascisti. Bisogna tener conto di questo: che i Littoriali avevano una doppia funzione, cioè il regime se ne serviva per tirare fuori una certa élite, per formare una classe dirigente. Era insomma un modo di fare dei concorsi, una specie di leva. D’altra parte, il meglio della gioventù intellettuale partecipava a questi concorsi, ed era inevitabile che a un certo punto il meglio fosse proprio l’antifascismo”.

Pier Giorgio Zunino: “Il desiderio di azione di Pintor – legato ad una forte componente estetico/letteraria – era il prodotto di una cosciente pulsione al ‘sacrificio di sé’, avvertita come estrema soluzione alle contraddizioni di una vita che si potrebbe definire, per usare un’espressione dello stesso Pintor, ‘inconciliabile’. La morte costituirebbe, in un certo senso, l’unico modo di risolvere una biografia complessa e contraddittoria, e per l’interprete, l’unica possibilità di cogliere il senso ultimo di quell’esperienza umana e intellettuale”.

Giovanni Falaschi: “C’è in Pintor un’immagine dominante, che a volte emerge direttamente sulla pagina, ma sempre comunque sta nascosta dentro di lui, ed è quella angosciosa del soldato in guerra”.

Edgardo Sogno: “Pintor era un genio precoce, a vent’anni era già un grande critico letterario. Io avevo imparato il francese prima dell’italiano e l’inglese in vacanza studio a Londra, ma non sapevo una parola di tedesco, che lui padroneggiava benissimo. Giaime era un ribelle, e non sarebbe mai potuto stare in un partito irreggimentato come il PCI”.

Luca La Rovere: “Partendo dal rifiuto della tesi crociana del fascismo come parentesi, Pintor approda a una lucida critica dell’antifascismo che investe quanti ‘pretendevano di criticare il fascismo o lottare contro di esso con i mezzi culturali e politici del pre-fascismo’ e si colloca in una prospettiva nuova, quella, appunto, del postfascismo. La formula del ‘superamento definitivo dell’antitesi fascismo-antifascismo’ di cui parla Giaime nasce dunque non soltanto dalla constatazione dei limiti politici e ideologici dell’antifascismo storico ma anche da un decisivo elemento biografico: l’antifascismo della nuova generazione, di quella generazione che nel fascismo si era formata e che dal fascismo aveva tratto i propri connotati identitari profondi”.

Luigi Pintor: “Quando parla delle tre forme dell’antifascismo, crede che la sua generazione, quella nata e cresciuta sotto il fascismo, fosse l’unica che in quel momento potesse condurre il gioco. Sono osservazioni che oggi non si capiscono. Ad esempio, quando dice ‘uscire dall’antitesi fascismo-antifascismo’ significa superare tutto ciò: l’idea di ricostruire un’Italia che si riallacci al Risorgimento, tagli fuori non solo il fascismo. Nel prendere commiato dalla vita, Giaime affronta ancora una volta un tema a lui caro, il ruolo rivoluzionario della propria generazione, e ribadisce come la contrapposizione non sia con le generazioni precedenti ma con gli antifascisti, avendo allora già chiara quella che è solo una recente corretta categoria storiografica, cioè che per i più giovani, nati e vissuti sotto il regime, non ha senso parlare di fascismo o antifascismo in termini classici. Egli è consapevole che solo la guerra ‘ultima fase del fascismo trionfante’ era stata per lui e per i suoi coetanei l’occasione per comprendere le numerose contraddizioni di esso e giungere da un generico rifiuto a un’opposizione organizzata”.

Massimo Mila: “Pintor fu una figura di meravigliosa novità nella vita intellettuale italiana. Esteriormente, nulla rimaneva in lui dell’austero antifascismo crociano, che egli tacciava di astrattismo catoniano e di autosequestramento dalla realtà della vita. Pintor era passato attraverso i Littoriali della Cultura e dell’Arte, pubblicava i suoi articoli nella rivista di Bottai e magari in ‘Roma fascista’, partecipava a Weimar ai Convegni nazisti dell’Unione degli Scrittori Europei accanto a scandalosi collaborazionisti d’Italia e di Francia. Eppure attraverso quei fuochi passava intatto come la salamandra. Troppo giovane per poter vivere di memorie, troppo impaziente ed intellettualmente esuberante per mordere il freno nell’attesa, egli non si volle negare a nessuna delle esperienze del suo tempo. Il bisogno di tutto conoscere ed esperimentare era troppo forte in lui, perché egli potesse consentirsi il lusso d’una nobile o prudente posizione d’attesa e il rischio di inaridire in un’astratta solitudine”.

Lucio Lombardo Radice: “Giaime si è rifiutato di impegnarsi nella cospirazione politica diretta. E questo serve anche per far capire la freschezza e l’allegria di questo giovane. Ci diceva: ‘Io comincio a cospirare solo per due motivi, se bastonano Benedetto Croce e se c’è la campagna antisemita’. Benedetto Croce non lo bastonarono ma la campagna antisemita però ci fu. Il suo impegno politico si manifestava in forme anche di collaborazione con i cospiratori ma non di cospirazione diretta. Ed egli era proprio pienamente parte del nostro gruppo romano di unità antifascista con prevalenza comunista, anche se, appunto, non voleva essere un cospiratore, perché riteneva più importante il suo impegno culturale, aveva più questo temperamento, questa missione se vogliamo usare parole grosse”.

Mischa Kamenetzky (Ugo Stille): “Buon conoscitore della cultura tedesca, Giaime fu tra i giovani della nostra generazione quello che nel modo più esplicito denunciò l’ideologia che aveva prodotto il mostro nazista: condusse l’attacco contro l’irrazionalismo e le sue diverse espressioni, dal mito del ‘sangue e della terra alla mistica nietzschiana del Superuomo, dall’esaltazione del demoniaco alla celebrazione degli orrori. Questi, egli scriveva, sono gli idoli a cui sacrifica la parte più corrotta dell’Europa, e ad essi occorre contrapporre un ‘nuovo illuminismo’, in cui l’onestà dei propositi sia sorretta dalla chiarezza delle idee. E a chi ribatteva che i temi dell’illuminismo facevano parte di un’epoca superata, egli non esitava ad esprimere la convinzione che essi potevano venire ripresi da una giovane generazione che ne facesse il cardine di un’opera rivoluzionaria”.

Norberto Bobbio: “Non saprei dire esattamente quando Giaime è arrivato all’Einaudi. Ho l’impressione però di averlo conosciuto non tramite la Casa editrice ma nel periodo in cui lui era alla Commissione di armistizio, all’inizio del 1941. Di essa faceva parte anche un mio amico di vecchia data, Alessandro Passerin d’Entrèves, e spesso mi capitava di incontrare Giaime a casa di Alessandro. Di queste serate ricordo che ascoltavamo la musica, come scrive anche Giaime nel Diario, ma soprattutto che erano occasioni di grandi discussioni su vari argomenti, dalla politica alla letteratura. Giaime diventò amico di Alessandro. Se non sbaglio anche Alessandro aveva una grande passione per lui. In questi incontri era inoltre presente anche Balbo, il quale aveva instaurato fin da subito un forte legame con Giaime. Alessandro d’Entrèves si era laureato con Solari nel 1922, lo stesso anno di Piero Gobetti. Quindi idealmente si può dire che la storia di questo gruppo di giovani antifascisti inizi in questa data. La stessa casa editrice Einaudi, in un certo senso, nasce un po’ come il proseguimento di un’altra famosa casa editrice, quella di Gobetti, che era stata il culmine dell’attività di Piero, sebbene fosse continuata per un anno, un anno e mezzo dopo la sua morte. Quindi un certo collegamento ideale c’è nella storia dell’antifascismo torinese, e Pintor a un certo punto si inserisce in questa storia, in questo mondo, un piccolo mondo che aveva una tradizione di antifascismo di tipo, posso dire, liberale, per non dire comunista, anche se poi i contatti con il partito comunista ci sono stati e lo stesso Pintor ne aveva”.

Cesare Pavese: “Ho avuto la tua letterina, e la notizia che verrai presto a Roma riempie tutti di gioia. Oggi Giulio Einaudi è stato felice della tua telefonata: questo uomo grande, davanti a te e alle cose tue, diventa un bambino e si diverte un mondo… Attendo i libri che mi annunci. Speriamo tutti in una larga messe di idee e di opere raccolta in Francia. Anche qui a Roma le rotelle si muovono vorticosamente e vediamo gente, stringiamo contratti, scopriamo idee con un ritmo superbo. Einaudi e Balbo hanno persino inventato la mappa degli autori, una carta geografica dove ogni centro reca segnati i nomi più ricchi di possibilità, e servirebbe ai commessi viaggiatori culturali per le tournées varie. Sentirai e ti divertirai. È tutto un fermento; si creano dicasteri, si distribuiscono cariche, si affidano collezioni. Guai agli assenti”.

Giorgio Amendola: “Ad un certo punto davanti alla galleria vidi Giaime Pintor, col quale avevo perso il contatto nel giorno precedente, avanzare con la bandiera tricolore e con un mitra, gridando: a porta San Paolo, tutti a porta San Paolo! Era in uno stato di grande eccitazione. Cercai di calmarlo e gli dissi che venivo da porta San Paolo, dove la battaglia si andava spegnendo, che la resa era ormai decisa, che bisognava prepararsi alla lotta clandestina, che il bello cominciava adesso. Ma non mi ascoltò. Lo invitai a restare con me, che avremmo esaminato insieme che cosa fare. Ma egli era preso dal bisogno di combattere, di affrontare il nemico, di bruciare nella lotta tutta la collera e l’amarezza, il disgusto provocato dalla fuga e dalla resa della città, due fatti collegati fra di loro. Lo vidi, così, allontanarsi verso piazza Venezia, seguito da un gruppo di giovani. Seppi poi che, dopo piazza Venezia, si erano dispersi, perché nelle strade ormai deserte passavano indisturbati autocarri pieni di tedeschi. Purtroppo egli prese allora la decisione di partire per Napoli, per promuovere la organizzazione di unità di volontari combattenti”.

Franco Fortini: “Bisognerebbe guardare meglio – e lo hanno fatto, riconosciamolo, solo scrittori di cui poco si ama parlare, come Bassani e la Ginzburg – dentro quelle vacanze di figli di alti ufficiali o di severi magistrati o di famiglie di vecchia aristocrazia, donde si aveva accesso alla redazione dei grandi quotidiani, alle sinecure delle biblioteche romane e alla carriera diplomatica. Vigne piemontesi, sale napoletane, palazzi veneziani, ville toscane, baite agostane, capanni versiliesi: questo il teatro dove si sarebbe dovuta svolgere la tramutazione molecolare dal fascismo all’antifascismo, non fosse stata l’insipienza dei militari e dei Savoia, e se il ‘moralismo’ dei partigiani e dei neri, in aggiunta a quello dell’emigrazione, non avesse volto le cose al peggio. In quegli anni, i figli della piccola borghesia, della quale io ero, vivevano altre forme di umiliazione; e imparavano l’italiano nella convivenza con ‘uomini senza alcun interesse’. Incapaci di distinguere i propri nemici veri, poteva accadere che uno come me sognasse di tornare, a guerra finita, e prendere a pugni i coetanei letterati delle Giubbe rosse; mentre gli alpini come Nuto Revelli, nella ritirata di Russia, sognarono di tornare in Italia e usare i mitra contro più seri oggetti; e, in parte, lo fecero. Oggi so che i miei veri avversari erano (sono?) della razza di Giaime Pintor, straordinario traduttore, intelligenza rara, capace di serio coraggio, simbolo della Resistenza e anche dei suoi equivoci; con ‘veri avversari’ voglio dire che un cosciente discrimine di classe passa oggi, come passava ieri, fra noi; perché allora né lui né io sapevamo fino in fondo di quali tradizioni contrarie eravamo figli, e solo oggi lo sappiamo, quando l’uno e l’altra sono egualmente disperse”.

Luisa Mangoni: “Perduta la generazione dei ‘reazionari di sinistra’, dei Salomon e degli Jünger; perduta quella dei rivoluzionari decadenti e dei ‘profeti senza fede’ della Francia di Vichy: le minoranze intellettuali d’Europa, nate nella crisi di una guerra e ora alla prova di un’altra guerra, divenivano vicendevolmente specchi che restituivano un’immagine deformata eppure pericolosamente autentica di se stessi”.

 

 

(Aprile 2019)

 

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