Jean-Luc Godard: che cos’è la regia cinematografica (1969)

Quando il mondo che chiamiamo reale si smarca dal disincantato mormorio dei giorni, accendendo d’improvviso un’acuta deflagrazione – come dimostrano i numerosi focolai di guerra e di terrore di questa intricata transizione storica – può accadere di essere restituiti a quella necessità sociale e individuale che nella memoria europea degli anni ‘’60 e ’70 si chiamava impegno: indizio di una sistematica radicalizzazione del pensiero e del linguaggio nonché volontà di annodare intorno agli accadimenti della storia contemporanea la propria specifica, essenziale traccia espressiva.
È ciò che è accaduto alla generazione di cineasti che si è trovata a partecipare e condividere – storicamente esteticamente politicamente – le tensioni rivoluzionarie dell’Anno 1968; di uno in particolare – Jean-Luc Godard – ci importa oggi pubblicare la prima porzione di una conversazione televisiva, inedita in lingua italiana, che si svolse nel ’69 e che svela le linee-guida di un decalogo metodologico e programmatico particolarmente intrigante.
Un documento sonoro rimasto “segreto”, nascosto, fino al 2006: una Conversazione registrata il 19 marzo 1969 per una trasmissione televisiva intitolata “Che cos’è la regia cinematografica?” (“Qu-est-ce que la mise en scène?”), curata dal critico Jean-Paul Török e che avrebbe dovuto far parte della “serie” Cinema Six.
Prima di invitare Godard, Török aveva ospitato nelle precedenti puntate Joseph Losey, Louis Malle, Jacques Doniol-Valcroze, Michel Deville.
I telespettatori dell’epoca non videro mai questa tele-intervista perché la trasmissione fu giudicata “non idonea alla messa in onda”.
Rimasero tre bobine, non montate, di lunghezza difforme: mi limito, in questo primo contributo, alla traduzione della Bobina 1.

Jean Luc GodardPer consentire al lettore di comprendere l’ampio e intenso “sottotesto” che modula le risposte, soprattutto nella loro cadenza paradossale, val la pena fissare schematicamente alcune questioni nodali che scandiscono – dentro quella controversa stagione di lotte e mutazioni radicali – il percorso del cineasta francese.
Punto 1. L’anno ’69 appartiene, nell’imponente percorso filmico di Godard, a quel catalogo di ispirazione che la critica ha nominato Les années Mao (“Gli anni di Mao Tse Tung”): iniziati nel ’67 con due opere “profetiche”, Week-end e La Chinoise (“La Cinese”), la cui traccia ironica e pregnante è trattenuta nella canzone scritta da Gérard Guénan e messa in musica da Claude Channes: “Le Vietnam brûle et moi je hurle Mao Mao” (“Il Vietnam brucia e io urlo Mao Mao”).
Punto 2. Dal ‘67 al ‘69 Godard sperimenta un’esperienza di cinema che rovescia i parametri antecedenti. Prevede la scomparsa dell’Autore, considerato antiquato e passatista, appartenente alle stagioni “revisioniste” della storia del cinema.
Di conseguenza decade la figura “autorevole” e autoritaria del Regista-metteur en scène: un film non sarà più connotato del Soggetto, di un Soggetto-Autore, ma la necessaria convergenza di idee e azioni comunitarie, così da annullare la distinzione reazionaria e classista tra lavoratori che pensano e comandano e lavoratori subordinati che eseguono.
Un’aspirazione estetica, politica e morale che inizia con due film del ’69: British Sounds e Pravda, realizzati insieme a Jean-Henri Roger, un ragazzo di vent’anni, di fede maoista, che Godard incontra nell’autunno del ‘68 e con il quale stabilisce un serrato confronto critico-creativo. Il loro “manifesto” lo si potrebbe desumere dalla sequenza iniziale di British Sounds, con la voce fuori campo che pronuncia in lingua inglese queste parole: «La borghesia fabbrica un mondo a sua immagine. Compagni, cominciamo a distruggere quest’immagine».

Jean Luc Godard Punto 3. Nel ’67 Godard incontra il personaggio che condizionerà fortemente le sue scelte artistiche fino al ’72. Si tratta di Jean-Pierre Gorin, filmmaker dalle mille risorse, studente universitario brillantissimo, inizialmente definito “il mio consigliere maoista”.
Un totale intreccio di vita e di pensiero, che spinge Godard ad abdicare dal suo cinema precedente, a sconfessare l’antica ispirazione, giudicata retriva e fuori tempo.
La nuova urgenza è farsi “due”, diventare “Godard-Gorin”, condividere con il compagno-sodale tutte le fasi di lavorazione di un’opera, prefigurando una stagione votata esclusivamente all’impegno politico. Con ironia e acuta sintesi, Michel Cournot – critico cinematografico del settimanale Le Nouvel Observateur – parlerà nel ’70 di Godard come “Jean-Luc ex-Godard”.
Una scelta che avrà poi pesanti ripercussioni sul fronte della vita quotidiana, in primis l’allontanamento della moglie-attrice Anne Wiazemsky, che vede in Gorin un cattivo consigliere, a cui Godard sta immolando il pensiero e la forza creativa.
Tuttavia, è su tali “affinità” che nascerà il Gruppo Dziga-Vertov, privilegio esclusivo della coppia Godard/Gorin, modello di un cinema che disdegna ogni compromesso con i sistemi produttivi e operativi del passato e che vedrà germogliare film come Vento dell’Est, Lotte in Italia, Vladimir e Rosa, Tout va bien, Lettera a Jane: dalla primavera del ’69 all’estate del ’72.
Punto 4. Sui muri dell’Università Sorbona di Parigi, durante le lotte del Maggio ’68, si leggeranno due slogans “discordanti”: “Jean-Luc Godard: le plus con des suisses pro-chinois”, “Jean-Luc Godard: il più c…one degli svizzeri pro-cinesi” (il riferimento alla Svizzera deriva dall’appartenenza al territorio svizzero-francese del ramo paterno del regista) e “Vive Pierrot le fou”, richiamo del film-capolavoro apparso due anni prima: prove della controversa reazione che la biografia e l’opera di Godard accendevano tra i più esaltati militanti di quel crocevia “rivoluzionario”.

Jean-Paul Török
Per prima cosa, signor Godard, voglio chiederle: come definirebbe il regista? Chi è il regista cinematografico? È qualcuno che fa un mestiere che si chiama “cinema” oppure è qualcuno che fa qualcosa di più che un mestiere?

Jean-Luc Godard
Domande del genere sono secondo me mal formulate. Preferisco dire: “iniziazione al cinema”. Il termine “iniziazione” ha un che di religioso che non mi aggrada, c’è però un sottinteso che tocca proprio la questione che lei sta ponendo.

Jean-Paul Török
Lei ha sempre attribuito al cinema una grande importanza…

Jean-Luc Godard
In alcuni periodi sì… potrei dire che ce n’era bisogno, era l’unica maniera per dire a noi stessi: Io esisto! Anche se nel dirlo peccavamo di “riformismo”. Ma oggi, dopo quello che è successo nel Maggio di un anno fa, le lotte ci hanno aperto gli occhi, ci hanno fatto capire che come registi si era semplicemente un prodotto culturale, voluti così dallo Stato e tollerati dall’ideologia imperialista.
Ci sono diverse forme di imperialismo, questa del regista è una: l’imperialismo culturale. Anche il programma che lei fa, se fosse per davvero una “iniziazione al cinema”, non passerebbe in televisione. Oggi sarebbe importante far vedere cos’è veramente un film. Noi non sappiamo cosa sia un film: abbiamo imparato ciò che è un film da Hollywood, dagli americani: sono loro che hanno inventato l’immagine. Ma a me interessa andare oltre: penso che dobbiamo capire bene cosa sia un’immagine, ciò che chiamiamo “immagine”, soprattutto dopo lo sviluppo imponente che le immagini hanno avuto in televisione o sui giornali. Si fabbricano immagini mediocri, penose, da persone in maggior parte mediocri e penose, che possono anche dirsi rivoluzionari ma non sanno bene cosa fare.

Jean Luc GodardJean-Paul Török
Fare regia inizialmente è stato, presumo, un piacere. Lei lo ha fatto per piacere o per necessità?

Jean-Luc Godard
Era come prendere una droga. Ancora oggi i tre quarti delle persone che amano il cinema e che lottano contro il cinema “commerciale” sono dei drogati, come i beatniks che lottano contro il sistema. Il che va bene, certo: è un primo stadio di rivolta che però dev’essere superato.
Ciò che il cinema può veramente diventare lo si vede grazie a coloro che si sono messi in gruppo dopo il Maggio ’68; non sono tanti ma i film che fanno o i tentativi per farli sono stati purtroppo completamente occultati.
Sono persone che tentano di fare un nuovo cinema e di mostrarlo soprattutto agli studenti, nelle scuole e nelle università… e Dio solo sa se sono davvero buoni film. Ciò che li distingue è una sola cosa: sono film pensati e girati da persone nuove, diverse.

Jean-Paul Török
Vuole dire che il cinema non deve essere affidato agli specialisti?

Jean-Luc Godard
Sarebbe meglio che non ci fosse regia e che tutti i film che si fanno fossero… non so come dire. Ora che mi ci fa pensare, le dico che un grande regista c’è, tutti i film che si vedono in Francia, tutti i film francesi che passano sullo schermo hanno un grande regista: il generale De Gaulle! Non è lui che li fa materialmente, ma i discorsi, i testi, le frasi, il senso insomma, sempre così in evidenza, è un prodotto del gollismo. Questo intendo quando dico che De Gaulle è il regista, come lo sono del resto i suoi seguaci.
Il popolo francese, al contrario, non fa film. Il popolo francese non ha mai fatto un film.

Jean-Paul Török
Lei sì…

Jean-Luc Godard
Fermi uno spettatore qualsiasi all’uscita di un film e chieda: ha mai visto nella sua vita un film che parla di lei? Della sua vita quotidiana, di sua moglie, del vostro rapporto, dei vostri figli, del vostro salario oppure per lo meno di una parte della vostra vita?. Questa persona le risponderà: mai! Va a vedere film che non riguardano lui, che riguardano altri. E si è talmente abituato a questo che non se ne rende più conto. È uno spettatore gentile, paga anche per vedere i film degli altri.

Jean Luc Godard Jean-Paul Török
Nel sistema attuale c’è possibilità, per i cineasti come lei, di fare questo nuovo genere di cinema?

Jean-Luc Godard
Vorrebbe dire innanzitutto negarsi come cineasti. In Francia non c’è un cinema comunista. Sebbene il partito comunista francese sia l’unico partito di Francia, il fatto strano è che non ci sono film comunisti. Non ci sono mai stati. Ma se qualcuno ricorda questo ai dirigenti del partito, rispondono: “Sì, nel ’36 un film c’è stato”…

Jean-Paul Török
C’è stato Renoir.

Jean-Luc Godard
Ma Renoir era lontano dall’essere comunista, era una specie di anarchico gaudente che per gentilezza e per generosità ha fatto un film un po’ in sincronia con quell’epoca [si tratta del film “La vie est à nous”, “La vita è nostra”, film-documentario commissionato dal Partito comunista francese nel ’36 ndr]. Ma ora, ditemi voi: chi è Renoir, che genere di film fa? C’è un solo esempio, piuttosto, che oggi posso citarvi: alla fabbrica Rhodiaceta, a Beçanson, ci sono persone che si interessano al cinema. Ecco, basterebbe prestare loro delle piccole macchine da presa e pagare la pellicola, ciò che abbiamo fatto noi dopo averli incontrati: è nata un’amicizia e abbiamo fatto in modo che girassero il primo film. [Il riferimento è al “Gruppo Medvedkine” e al primo film da loro realizzato, “Classe de lutte”, 1968 ndr].

Jean-Paul Török
Chi l’ha girato?

Jean-Luc Godard
Loro, hanno girato loro.

Jean-Paul Török
Gli operai?

Jean-Luc Godard
Sì. Hanno poi chiesto assistenza al Partito per riuscire a finirlo, ma il Partito ha rifiutato. Anche il Sindacato, la CGT, ha rifiutato. Così spetta a noi, sedicenti “gauchistes”, fornire agli operai la pellicola. Questo è un fatto preciso, che però pone con evidenza una serie di problemi. Insomma, riguardo al cinema, alle questioni che lei mette in campo, la risposta migliore sarebbe negarsi. Perché lei viene a intervistare me? Perché ha visto spesso il mio nome sui giornali. E a furia di leggerlo…

Jean-Paul Török
Ho anche visto i suoi film.

Jean-Luc Godard
Sì, certo, ma non è interessante. L’intervista degna di attenzione sarebbe chiedere a qualcuno, uno sconosciuto incontrato per strada: cosa significa fare la regia di un film? E cominciare a quel punto una discussione. Trattandosi di un tema di cui non si hanno definizioni o denominazioni, la risposta va cercata nel tempo: lei avrebbe modo di scoprire dopo 2-3 anni, o dopo 15 anni, definizioni del tutto differenti.

Jean-Paul Török
È a questo che allude quando afferma che la regia deve “scappare”, essere tolta, dalle mani del regista?

Jean-Luc Godard
Non del tutto. Penso che il cinema debba ancora essere fatto da cineasti, ma dovrebbe trattarsi di persone che non hanno fatto cinema, persone non veramente qualificate ma che hanno trovato, attraverso il contatto con il “popolo” – lo dico senza enfasi – un’idea veritiera. Mentre noi siamo ancora pieni di riflessi del passato, contro cui crediamo di opporci ma senza successo.

Jean Luc Godard Jean-Paul Török
Lei resta convinto che una macchina da presa può essere messa in mano a chiunque?

Jean-Luc Godard
È una formula che non significa niente: “dare una macchina da presa a chicchessia”! Anche “esprimersi” non vuol dire niente. Edgar Faure [politico francese ndr] grida: “Libertà d’espressione”, André Malraux [scrittore e politico francese, ministro della cultura per 10 anni, fino al ’69 ndr] grida: “Libertà d’espressione”. Ma questo non vuole dire niente, si tollerano certe cose e se ne censurano altre.

Jean-Paul Török
Qual è allora la soluzione?

Jean-Luc Godard
La soluzione è finirla di fare film per le società imperialiste. Se si lavora per l’ORTF [l’ente televisivo francese, creato nel ’64 ndr], si dovrebbe smettere di fare film oppure fare film che in quella televisione non potrebbero essere trasmessi. Quando poi di questi film se ne faranno tanti, allora le televisioni si sentiranno obbligati a metterli in onda.
Lei obietterà che è facile parlare così… ma nel mio caso posso dire di aver agito sempre così, a volte però andando nella direzione sbagliata. Si tratta sostanzialmente di “rifiutare”… Purtroppo il discorso che sto facendo è un discorso da professore. E io non ho alcuna voglia di essere “professore”, avrei voglia di essere per metà insegnante e per metà studente, le due cose insieme. Anche perché c’è sempre un momento in cui bisogna parlare, dire alcune cose… ma non perché chi parla ha avuto il suo nome scritto sui giornali, nemmeno perché ha più esperienza. E nel caso avesse una maggiore esperienza, non sarà di quell’esperienza passata che dovrà servirsi.
Gli unici registi che hanno avuto una qualche esperienza del cinema che bisognerebbe fare erano i registi russi del periodo post-rivoluzione: personaggi come Eisenstein e Dziga Vertov, che sono stati presto fermati e rimessi in riga.

(Febbraio 2015)

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